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Ph Fabio Lovino

Fracassi: Paint it red

in Teatro

Vi proponiamo un articolo che rende omaggio all’interprete Federica Fracassi, l’attrice che incarna il “paint it red” del nostro teatro. Troviamo in questa interprete una di quelle ultime sacerdotesse di Dioniso che abbiamo evocato nel nostro articolo precedente.

Federica Fracassi è un cerino di carne marmorea acceso, è la vampa dei capelli che si muovono perpetuamente, danzano nell’aria quei palmi di fuoco crinito che si congiungono in una preghiera antica, capace di scaldare la platea. È immagine vivente pre-raffaellita, donna rinascimentale, che di quel tempo porta il meraviglioso equilibrio eracliteo degli opposti, i Borgia e Michelangelo. Il suo segreto sembra essere compreso nel cerchio di quella fertile ed incredibile contraddizione, l’essere ancilla domini sovrapposta ad una baccante, con il muso ferino ancora sporco del sangue e dell’orrore di un pasto antropofago. A vederla in scena si ha l‘impressione di guardare il teatro stesso che cammina e incede ieraticamente. Si osserva una Pizia, una sacerdotessa di un dio, una Cassandra scossa dai brividi dell’incontenibile immortalità di Apollo. Sembra una bacchetta di rabdomante che vibra tutta, quando individua, nel testo scenico ,l‘acqua della vita poetica che, incessante, scorre nei personaggi.

Il suo viso senza tempo, si presenta nell’ovale canoviano, e a ogni espressione, a ogni movimento del capo, per un attimo, per un infinito attimo, disegna un tempo definitivo che va ben oltre lo stretto confine dell’istante, e si fissa lì, nel desiderio del per-sempre. Gli occhi sembrano illuminati da un’intuizione ben oltre il recinto della dicibilità, portano il riflesso di chissà quale luce metafisica. Ci offrono lo sguardo della mistica, di un’estasi, di un trasumanare di cui lo spettatore può avere notizia riflessa attraverso il bagliore delle pupille. Guardare in essi significa accorgersi dei fuochi dei bivacchi di un esercito pronto per la prossima battaglia, per scriverla alla Chopin, nascondono tonitruanti cannoni dietro ai fiori. Hanno ancora impresso lo stupore insieme dell’umano e del divino, che guardano e, allo stesso tempo, vivono. Il naso si inchina in una delicata reverenza verso il pubblico.

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Ph Laila Pozzo

E porta le vestigia di un’antica e fiera nobiltà, quando si affaccia sul balcone dello sguardo. Le labbra sfuggono ai limiti, chiamano il rosso, come una rosa chiama quel colore per i suoi petali, munchianamente dotate della smorfia dell’urlo, della passione e della tragedia. Sono pronte a inarcare, piegare la loro linea azzimata in un esercizio ginnico al di là dei limiti umani, creano geometrie diverse, dove la linea curva, il cerchio dionisiaco, prende decisamente il sopravvento. Tutto il suo corpo è una lettera di una scrittura carnale, un grafema e poi un altro e un altro ancora, in grado di scrivere frasi viventi. Vive immediatamente un’affinità elettiva di goethiana memoria con i personaggi che interpreta, ha l’indispensabile ansia di Woyzeck nella sua vita scenica, e sa torreggiare come una regina capace di comandare con uno sguardo. Quanti mortali coltelli dal filo incredibilmente tagliente sa nascondere un suo sorriso.

Quanto riesce ad essere l’archetipo del femminile nella duplice veste dell’amore e dell’odio, della madre e della morte, della pietà e del disprezzo, del filo della Parca Cloto, e del taglio netto di Atropo, del generoso abbraccio, e del gesto crudele, distante, brechtianamente straniato, dell’assassino. La Fracassi riesce ad essere tutto questo, riesce ad accumulare sovraimpressioni di ogni possibile sé, a mostrare come le contraddizioni siano quello che si definisce io, a evidenziare il prevalere ora dell’uno ora dell’altro personaggio della personale popolazione interna. La carica poetica nascosta nell’umano è mostrata in questo corpo femminile, che riassume in sé tutto il percorso dantesco, dal ghiaccio in cui è sepolto Lucifero all’amore che muove il cielo e le altre stelle. C’è un personaggio, in particolare, che rimane impresso nella memoria come una persistenza retinica degli occhi interiori, quello di Blondie, il cane di Hitler.

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Ph Lorenza Daverio

Si tratta di un essere più umano dell’umano, un cuore di cane di bulgakoviana memoria che batte come e più del nostro muscolo cardiaco. Si tratta di un miracolo della drammaturgia e dell’interpretazione, regala una voce, un riuscito grammelot a un essere che guarda le sue stelle biscotto come il pastore errante di Leopardi guarda la sua Luna. Alla platea si offre la struggente consapevolezza di un’esistenza che racconta la vita dal suo particolare punto di vista, che riesce a fare degli astri qualcosa di più degli astri, anche con un semplice sguardo, un verso che si colloca prima delle parole, ma decisamente dentro all’anima. La Fracassi trova poi un’ulteriore intuizione, che rende unica la sua interpretazione, la certezza che per ogni tensione lirica, in ogni momento umano che si candidi ad incarnare l’eternità della poesia, si debba pagare un prezzo di tragicità.

Si debba pagare un debito fatto di dolore, di sforzo sovrumano, di potenza erculea, trovata in una zona del ventre in cui il diaframma batte come un tamburo di guerra. Allora a mostrarsi è una lupa verghiana, un essere che fiuta la carne del divino nella nostra selva oscura, e dà l’impressione di masticarla ad ogni fonema. È un Prometeo che dona la fiamma del teatro agli spettatori tutti, che sente e fa sentire il dolore del fegato beccato dall’aquila di Zeus, punizione per quel gesto. Fa recitare il dorso, la sua schiena, la fa diventare una splendida espressione di un viso, si offre tutta con generosità alla platea, cosciente, istante per istante, di essere sacerdotessa di un rito sacro, dionisiaco, un rito che richieda il sacrificio di un’anima che ad ogni replica si brucia e rinasce, come l’Araba Fenice, come il carretto nel finale della versione strehleriana dei Giganti.

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Ph Attilio Marasco

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