Attilio – Recensione Teatro
Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Attilio, lo spettacolo è diretto, scritto e interpretato da Flavia Ripa con la complicità di Paola Tintinelli.
Questo spettacolo ci riporta al senso pieno della definizione essenziale di teatro data da Grotowski: ossia, abbattere le barriere tra gli esseri umani, riportando questo rito antico, plurisecolare, alla sua dimensione originaria di atto, insieme, antropologico e spirituale, dell’uomo per l’uomo. L’attrice, sin dall’inizio, è pienamente il suo corpo e la sua voce, è proprio lì in ogni istante, trasuda presenza. Del Sud che ci racconta, è in grado di far sentire l’odore, per scriverla alla Capossela, di salsicce, fegatini e viscere alla brace. La latitudine sa darla, immediatamente, l’atto stesso fonatorio, suono di una laringe vissuta, che sfrigola, bolle, si incatrama piacevolmente di cadenza pugliese. Ascoltare questa musica idiomatica significa immergersi in un mare travolgente di un’emotività non sublimata nella camera di raffreddamento della mente, ma completamente sommersa da tutti i colori sensoriali del corpo.
Il racconto ha un legame diretto con quello degli antichi aedi; è sempre il mito, che si rinnova e che non mostra una ruga, malgrado l’età plurisecolare. Fa il medesimo effetto che doveva fare uno dei tanti Omero che animavano le case elleniche. Impercettibilmente, viene sottoscritto un silenzioso patto narrativo, e ci si ritrova ad abitare, e a sentire tutto quello che le parole dell’attrice mostrano, evocano, suggeriscono. Il primo motore (im)mobile della vicenda è il bambino che dà il titolo alla pièce, Attilio: un bambino che sborda, tracima dalla banale normalità che ci si aspetterebbe da lui. Attilio è il paradosso, l’infante che vuole esprimere la vecchiaia, che si trucca da anziano, come Orson Welles quando, adolescente, interpretò l’attempato duca Alessandro in Süss l’ebreo, al Gate Theatre di Dublino. Attilio è la metafora del teatro stesso, dell’Eduardo che aveva trovato personaggi giusti per sé (ad esempio il papà in casa Cupiello).

Questi, man mano, avrebbero coinciso con la sua reale età anagrafica, permettendogli di truccarsi, col passare degli anni, sempre meno. Attilio rappresenta l’inconscio, la psicologia del profondo: dietro una porta, ascolta la sua musica e si veste da pensionato, influenzando, col suo linguaggio simbolico, metaforico e onirico, gli altri personaggi della vicenda. E qui, va una vera e propria menzione d’onore all’attrice e autrice, una Flavia Ripa in stato di grazia, capace di plasmare le sue vocalità e fisicità al personaggio, di volta in volta, interpretato. La madre incarna la tragicomica psicopatologia della vita domestica, del rito dei pasti e della preparazione del cibo. Le (impagabili) telefonate all’amica/nemica, nella drammaturgia contemporanea, rimangono una sorta di comunicazione lanciata al di là della quarta parete, in un altrove della platea, dove far squillare la propria richiesta di dialogo. Il pasto, invece, è il luogo per eccellenza, l’abitudine che mette la sordina alla realtà.
L’eterno ritorno di Nietzsche trova il suo compimento nella battuta della nonna, gratificata dal vino versato: “apposto!”. La figlia va oltre l’espressione della normale battuta, esprimendosi in un linguaggio a metà strada tra la musica e il normale parlato, una forma di rap. E, qua, si compie una sorta di miracolo, in cui il ritmo vocale sembra riprodurre una battuta a macchina della parola, che prende coscienza di sé, trovando una propria cadenza e scansione. Qui il significante smette di portare – alla maniera di Lacan – il significato come un sasso in bocca, ma diviene di per sé, immediatamente, quel significato. Riesce ad esprimere tutta la dimensione che il verbale non riesce a contenere, fatta di emozionalità, sensorialità, di sottile leggerezza dell’essere; l’inquietudine, la ribellione, la rabbia, il rumore di fondo di una coscienza che acquista forza e volume. Inoltre, tutto, in questo spettacolo, ci rimanda ai primi anni ’90.

Sono gli anni del Festivalbar, de I Fatti Vostri e del drammatico sbarco di 20000 profughi albanesi sulla costa adriatica. Il tempo della storia riecheggia nello spazio di una famiglia medio-borghese, che cerca il riscatto nelle piccole cose di gozzaniana memoria. La grande storia passa attraverso il filtro della televisione, delle voci dei suoi protagonisti, in grado di datare il tempo così come, nell’antica Roma, lo si datava attraverso il nome dei vari consoli. Mentre la nonna, persa nei suoi spiriti-moscerini, sciamanicamente e magicamente predisposta a fare da ponte comunicativo con il personaggio di Attilio, esprime la struggente tenerezza di una vecchiaia che riesce a vedere, come non mai, quell’essenziale invisibile evocato da Saint-Exupéry. E il bambino, rovesciamento riuscito del puer aeternus di Hillman, cerca il dopo, il riscatto del fine partita, quasi avesse fretta di interpretare certi personaggi beckettiani.
Qui si dovrebbe ragionare di senex aeternus, riscrivendo certe categorie, certi archetipi dell’inconscio. Si può, sicuramente, riconoscersi e specchiarsi in questo Attilio, in questa sovraimpressione costante di fanciullezza e vecchiaia, che contraddistingue la fotografia della condizione umana. L’attrice si destreggia sui pedali che avviano gli effetti sonori dello spettacolo con la maestria con cui un batterista governa il pedale della grancassa, o il pianista quello del pianoforte. Il testo scenico diventa una riuscita unione, a livello genetico-molecolare, tra il parlare e il cantare; ci si trova in una splendida dimensione dove il suono trova uno stato altro, una sintesi hegeliana in grado di trascendere gli opposti. E ci si sente davvero, alla fine della rappresentazione, impregnati dagli umori di questi fonemi in grado di colonizzare la memoria più forte, quella che appartiene al cervello primordiale, rettile: la memoria olfattiva.

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