Che fine ha fatto Betty Boop? – Recensione Teatro
Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Che fine ha fatto Betty Boop? Liberamente ispirato ai cartoni animati di Betty Boop realizzati da Max & Dave Fleischer. Di e con Anna Giarrocco e Andrea Benfante. Adattamento musicale, elaborazioni grafiche e regia di Andrea Benfante. Scenografie ed elementi scenici di Bartolomeo Benfante. Costumi di Anna Alunno Trucco e acconciature Tissy Love
Luci e fonica Antonio Carletti. Con le voci diAlberto Carpanini, Antonio
Chitarra Davide Fornetti.
Le coppie in scena, quando funzionano, hanno un valore che trascende la semplice gradevolezza estetica, per entrare nel territorio della metafisica, della mistica teatrale. Si completano, diventano l’essere androgino, lo stesso evocato dall’Aristofane nel Simposio di Platone, o il simbolico ermafrodito della tradizione alchemica. Anna Giarrocco e Andrea Benfante hanno la particolarità, unica, di completare una sorta di simbolo del tao, e non puoi dire con certezza dove finisce il gesto dell’uno e inizia quello dell’altra. E’ davvero geniale l’intuizione di trasporre la coppia del grande classico del cartoon americano, Betty Boop e il clown Koko, in quella archetipica del clown bianco e dell’augusto, di Apollo e Dioniso. Non si ragiona semplicemente di un cartone animato; la vicenda ispiratrice è portata al livello di un finale di partita beckettiano, in cui i protagonisti si muovono in una sorta di ground zero esistenziale.
Al posto dei bidoni nel testo del drammaturgo irlandese, i personaggi escono da un enorme calamaio nero, e usano una gigantesca gomma vintage come fosse il palchetto di un club. La clownerie incontra felicemente la commedia dell’arte, i lazzi sono già a disposizione nel cartone animato originario. Ma queste sono anche creature politicamente scorrette, già nel loro statuto identitario; sono volutamente, deliberatamente scomodi, in un’epoca in cui si vorrebbero bonificare tutti i simboli culturali. Si mostra la fenomenologia , lo sviluppo di un personaggio che parte, nella fantasia di Max e Dave Fleischer, da una specie di ibridazione zoomorfa. La prima Betty ha le orecchie canine. Non ha bisogno di perdersi nel paese dei balocchi, come un Lucignolo qualunque, per guadagnarsi quella morfologia meticcia: nasce così. E’ pescata nel l’estremo sud della santità, nei climi torridi dell’istinto, dell’eros giocato con una naturalità pagana, ancora libera dal veleno del senso di colpa e peccato dell’epoca successiva.

Si evolve e viene ricostruita, come una creatura di Frankenstein, in un essere femminile in purezza. Mostra la sua seduttività immediata, carnale, senza un filo di malizia; è una involontaria Pandora che apre, per curiosità, il vaso omonimo dei desideri inconsci del fariseismo puritano, in un’America che vive un contraddittorio odi et amo con questo oscuro oggetto del desiderio. Il codice Hays, la sbianchettatura della maschera moralista della censura, interviene pesantemente su questo corpo, che ondeggia, offrendosi, in un movimento sinuoso, la cui costruzione coreutica ricorda il moto della fiamma. La ribelle flapper, che sa benissimo quanto il bassoventre nietzschiano impedisca all’uomo la piena identificazione con una divinità, viene rivestita e ripulita; la sua essenza, di fatto, cambia. Lontanissimi dalle latitudini dei cartoni di Walt Disney, qui si visita l’inferno (molto diverso da quello, canonico e ancora lontano, di Fantasia), per riuscire a riveder le stelle. Ritornano i rumori, le atmosfere, il bianconero affascinante.
Lo stile di questo cartoon parla, prima di tutto, agli adulti, portandoli a vedersi come in uno specchio. Betty Boop sfuggirebbe anche al lettino di Freud, non ha contenuti inconsci da svelare, pulsioni tenute sotto il tappeto della consapevolezza. Quel suo ondeggiare e molleggiarsi, al pari di uno di quei pupazzetti che sbucano improvvisamente da una scatola, la rende un essere imprendibile. La si può cogliere a patto di accettarla per quello che è, di non farne semplicemente un oggetto seriale di merchandising, ma una creatura naturale che, come Shylock, potrebbe rivendicare di avere il sangue dello stesso colore del nostro. Quando rivendica, rilanciando involontariamente il gioco comico/grottesco, la volontà di essere un’attrice tragica, e inciampa continuamente sui coturni, dai tacchi vertiginosi, della tragedia, diventa qualcosa di speciale. Vale quanto i saggi di Bergson e Pirandello sull’umorismo.

La risata si arresta nel momento in cui termina l’anestesia del cuore e, avvicinandosi, ci si accorge della profonda umanità, del dramma di quello che sta accadendo. Betty prova a dimostrare di essere, lei cartone animato, una creatura umana. Grida idealmente, con la sua vocina querula, ed il suo pianto spontaneo, il suo personalissimo “I am a human being!”, lo stesso dell’Elephant Man cinematografico di David Lynch. Andrea Benfante ha una legione di zanni che lo abita, lo possiede. Ha un capitale pressoché inesauribile di giochi comici. Insieme Pierrot e Arlecchino, ha una lacrima che si è tramutata, nel fornello alchemico della sua interpretazione, in pungente, feroce critica; in un filosofico cinismo, medicina per sopportare la realtà. Comprende in sé il mimo, funambolo, acrobata, la marionetta biomeccanica che regge da sé i propri fili. Ha la voce grattata, baritonale, dell’impresario senza scrupoli.
Ricorda quello archetipico, con il sigaro eternamente pendente all’angolo della bocca, pronto a ricordarci: “ Lo spettacolo deve continuare, baby!”. Anna Giarrocco si lascia abitare letteralmente dal suo personaggio, vi si mette a disposizione nel corpo e nell’anima. I suoi occhioni, spalancati, sono esattamente quelli di Betty Boop. Il loro stupore è quello, eternamente restituito, del fanciullo che guarda la magia del mondo, non come causa ed effetto, bensì come un ripetuto abracadabra che sposta da una vicenda all’altra. Con la sua interpretazione, rende Betty una sorta di Alice nel paese delle meraviglie, senza la foglia di fico della censura. Ma il valore aggiunto arriva quando si ha la possibilità, in platea, di accorgersi quanto questa creatura chieda solo di vivere, di seguire il daimon che le è stato assegnato. Non è un disegno da cancellare, bensì un essere da prendere maledettamente sul serio, come Ibsen ricorda si debba fare con i bambini.

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