A due voci – Recensione Teatro
Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo A due voci, scritto da Giovanni Boano, e diretto da Claudio intropido. Con Nadia Del Frate, Fabrizio Kofler, e Giovanni Boano
La memoria è quella parte del filo teso che chiamiamo nostra coscienza, senza la quale ogni istante segnerebbe una nuova nascita, o avrebbe lo sconcerto di non fare nemmeno in tempo a riconoscersi e dover già lasciare il posto all’istante successivo, rimanendo incompiuto come un “io” a metà. E cosa succede quando la memoria subisce un terremoto dell’ottavo grado della scala Mercalli, e i faldoni, quelli che stavano più in alto, in un remoto passato, si ritrovano per terra ai nostri piedi, e sembrano essere così maledettamente vicini al presente? A tutto ciò sembra cercare risposta questo spettacolo, che accarezza lo spettatore come fanno le persone anziane, adagio, per la paura di fare male, di calcare troppo. Una madre si vede spogliata del proprio patrimonio cognitivo, così come accade al computer HAL 9000 di 2001- Odissea nello spazio, ed è cosciente della paura che la sua mente svanisca. E allora, moltiplica la sua presenza, dando voce a un pupazzo.
Moltiplica la sua fragile coscienza per mantenere viva quella fiamma. Un figlio è tormentato, tanto quanto un Oreste eschileo, dalla possibilità di ricoverarla in una struttura protetta e di provocarne una sorta di morte civile e, ancor più, emotiva. E un dottore cerca di garantire una protezione allo sconcerto di una donna che vede il suo mondo disfarsi sotto gli occhi come la Fantàsia de La storia infinita. Eppure, il messaggio più potente di questo testo di Giovanni Boano (presente anche nella parte del dottore), alla sua prima esperienza drammaturgica, è la capacità della madre di mettere al mondo il suo mondo, ricostruendolo, di volta in volta, coi pezzi che ha a disposizione. La felice intuizione che scopre il personaggio, proprio in questo momento di estrema fragilità, quando la trama e l’ordito del tessuto dei ricordi sembrano prima slabbrarsi, per poi disfarsi, è che la realtà non è qualcosa di fisso che sta lì fuori, da qualche parte.

Ma ha una natura fenomenologica, che viene ricostruita, intuita, anticipata da chi l’osserva. L’anziana signora ha dovuto, sferzata della malattia, prendere coscienza di questa verità, e non su un piano astratto, intellettuale, ma come una scoperta immediata, “di pancia”. Sembra rinascere, in lei, la figura dell’antico aedo che racconta il mondo, e, raccontandolo, ne garantisce la continuità. Le sue parole, sin dall’inizio, catturano, letteralmente mesmerizzano la platea; sembrano mani invisibili che volteggiano, che si acconciano in forma di mudra della danza classica indiana, o potrebbero essere quelle del prestigiatore, pronto a far spuntare una colomba bianca in un fazzoletto di seta. Ma quello che più impressiona è quel sorriso tenero, accennato giusto quel tanto perché possa essere riconosciuto, presente nei suoi fonemi: una sorta di pacificazione spirituale, di cui solo lei possiede la chiave. Quasi per paradosso, questo personaggio riesce ad avere una tenace consapevolezza, dettata dalla necessità di aggrapparsi a quello che sente esistere in quel preciso momento.
Ha la presenza di un monaco zen, la stessa serenità, nei suoi migliori momenti, tra un temporale e l’altro della coscienza. Riesce a trovare una sintesi tra ciò che stato, ciò che è, e ciò che sarà, usando quelle tessere sparse della sua memoria. Il fatto che si senta su un treno, e non nella sala d’attesa di una struttura protetta, indica la potente presenza dell’immagine archetipica del viaggio, del muoversi verso qualcosa, che sopravvive a tutti gli sconvolgimenti; anzi, sembra quasi essere una sorta di medicina a quello che le succede. Se il terreno viene a mancare sotto i piedi, sgretolandosi, il segreto immaginifico, creativo per farcela è quello di correre veloce sui binari, verso un nuovo paesaggio. Verso un futuro che non può, per statuto, essere contaminato da questo morbo dell’oblio. L’attrice Nadia Del Frate si immerge, letteralmente, nella sua parte.

Riesce a donare non verosimiglianza, ma sostanziosa verità al suo personaggio, invecchiandosi, e creando un movimento attento, preciso, lento quanto quello di un interprete di teatro Nō. In ogni gesto, anche nella forma più minimale, riversa tutta l’attenzione, e insieme, tutta la sua anima, come se la giustezza, l’esattezza di ogni movimento diventassero la garanza di sopravvivenza non solo della persona, ma anche del suo intero mondo. Fabrizio Kofler, nel suo tormento di figlio, riesce. ad ogni atto di fonazione, a comunicare l’urgenza del proprio stato d’animo, sentendosi, al pari dell’Oreste, tallonato da vicino dalle Erinni. Anche se, nel finale, esse si bonificheranno nelle Eumenidi. E’ costretto ad essere l’uno, nessuno e centomila pirandelliano, per star dietro al gioco serio delle maschere portato avanti da sua madre. Giovanni Boano è un medico umano, uno di quelli che scelgono, deliberatamente, di abbandonare il setting professionale.
Il suo atto, deontologicamente rivoluzionario, è quello di dismettere, idealmente, il camice superomistico, e di mostrare la propria fragilità. Dal punto di vista drammaturgico, è un momento di alta scrittura teatrale, quello in cui lo psicodramma rivissuto dal sanitario fa da specchio a quello vissuto dalla coppia madre – figlio. La sofferenza, quando tocca la materia segreta, invisibile dell’anima, investendo i territori metafisici dell’anatomia e della fisiologia, intride l’inconscio universale, che accomuna interpreti e spettatori. Il regista Claudio Intropido entra in punta di piedi in questa vicenda scenica: cura ogni dettaglio, rifinisce e costruisce una coreografia costituita da una geometria morbida, dove le curve sono in grado di addolcire, mollificare la durezza delle linee dritte del ragionamento squisitamente scientifico e medico. Vincono, decisamente, la magia e la poesia di un amore filiale, che si esprime nella catarsi di un abbraccio, in grado di sfidare anche le lacrime più tenacemente abbarbicate della platea tutta.

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