Beatrice – Recensione Teatro
Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Beatrice, scritto e diretto da Valeria Bertani.
Nei confronti di molti personaggi storici c’è una sorta di sindrome pirandelliana, a causa della quale non si tenta di indagarli per quello che sono stati per se stessi, ma per come sono stati conosciuti. Questo spettacolo ha il pregio di aver vinto quella nevrosi fenomenologica, quella radicata certezza dell’ipse dixit; in questo caso, l’espressione si collega al sommo Dante. Sì, perché la figura incarnata dall’attrice è quella di Beatrice Portinari, la donna trasumanata, evaporata in idea iperuranica, in un trampolino per compiere il salto quantico verso l’ultima verità mistica. Ma questa donna ha avuto una propria biografia, una propria umanità, e nell’umanità, con buona pace di Nietzsche, non dovrebbe esserci la misura del “troppo”. Minuit praesentia famam,dicevano i latini; e, anche per costei, l’eternità, donata dal poeta, ha cancellato, paradossalmente, la verità della vita stessa, la possibilità di racconto verosimilmente esistenziale.
Dobbiamo ringraziare l’attrice/autrice Valeria Bertani (aiutata, nel parto drammaturgico, dalla levatrice Monica Faggiani) per aver dato a Beatrice un corpo fisico e un’anima vera, vulnerabile, vestita di cuore e carne, che cerca la poesia negli atti della vita quotidiana, proprio come facciamo noi. Il segreto della riuscita di questo monologo sta proprio nel lavoro di sottrazione, di decise rasoiate di Occam al superfluo, al retorico, al già detto. Il colore dell’angelico abito di scena, il bianco, sembra dare l’indicazione per una visione naturale, come quella della Madonna di Rossetti: una ragazza vera, non archiviata o archiviabile in un Medioevo accademico, polveroso, ricostruito a tavolino. Le sue sono parole fresche, spontanee, sincere, caratteristica sempre più rara sui palcoscenici di oggidì. Come ricama con grazia il suo corredo matrimoniale, così intesse la trama dei suoi fonemi. La voce è quella, argentina, del flauto, e si muove, al pari dei piedi, con una grazia immediata.

E le parole evocano certi suoni naturali, capaci di avere l’incanto delle piccole cose di Gozzano: il rumore di una fontanella, il fruscio delle foglie, il ronzio laborioso di un’ape. Tutto questo si trasmuta in una laringe che ha un dialogo speciale con il cuore e le sue passioni. Vi sono cellule simili a quelle neuronali, nel muscolo cardiaco, e lo sa bene questa Beatrice, che porta, nel suo racconto, le potenti tracce mnestiche di tutto ciò che ha caratterizzato la sua esistenza: la vita in famiglia, l’accudimento delle sorelle minori, il corredo, il matrimonio sognato, e poi arrivato, in una primavera troppo anticipata; l’attesa di un figlio, la frustrazione, e la morte di parto, anch’essa leggera, con quella delicata sordina squisitamente femminile, con la grazia coreutica di una morte del cigno, tutta vissuta nella danza rarefatta delle parole.
Il pensiero va immediatamente allo Stetit puella dei Carmina Burana; immagine di levità che ti fa fare la pace con te stesso e con il mondo, riconoscendo, in una visione, un delizioso mare nel quale naufragare dolcemente. Stetit puella, tamquam rosulam, facie splenduit et os eius floruit: davvero appare una fanciulla che ha tutta l’essenza di una rosellina, splende in viso, e sbocciano fiori dalla sua bocca. Fiori del bene, s’intende, non se ne abbia a male Baudelaire. Il suo incarnato d’avorio si offre in posa plastica, ma, al tempo stesso, naturale agli spettatori; sembra vinta da un incanto, oppure uno sgomento, restituendo ogni emozione in purezza, con lo sguardo di un angelo che si meraviglia della realtà a ogni istante. Le parole del poeta affiorano, al pari di un fiume carsico, da una sorta di memoria condivisa, da un inconscio collettivo, poetico e spirituale,

Quest’ultimo è in grado di far pronunciare i versi danteschi alla protagonista come in uno stato di trance sciamanica, di possessione divina, da parte di una poesia che trasuda, evidentemente, dalla sua essenza. Ed è questa l’intuizione più grande, quella di offrire il momento prima che nasca la poesia, la fenditura da cui arriva l’intuizione. E questa fenditura passa attraverso gli occhi di Beatrice Portinari, che è vera, reale, ma ti lascia il gusto, la voglia, la nostalgia di un sapore di assoluto, di un senso ultimo nascosto nel suo sorriso delicato, leggero, enigmatico, simile a quello della Gioconda. Il femminile è uno spartito che, seppur ragioni di cose terrene, porta sempre in dote un corredo metafisico, più leggero della miglior seta, in grado di farti volare in una sorta di poesia. Gioca la vita con serietà questa Beatrice, con una filosofia così semplice, eppure così difficile da trovare, se ci si perde nel dedalo dei pensieri.
Sentendo l’incarnazione della sua biografia, si ha coscienza della genesi dell’atto poetico di Dante, di come la Musa agisca sull’anima del poeta e, in questo caso, dello spettatore. Sorridono, le parole, anche quando non sorridono, anche quando raccontano il limitare di un’esistenza che è vissuta – per scriverla alla De André – un giorno, come le rose. Non si tratta di una santa, di una strega, di un personaggio uscito da qualche tragedia euripidea; ma di una piccola, grande donna, nella quale ci si può leggere facilmente, come in uno specchio. Il teatro può tornare ad essere catartico, e questo lavoro ne dà testimonianza, portandoci in un viaggio speleologico nelle caverne cardiache, fatte di atrii e di ventricoli, della protagonista, e facendoci respirare il suo respiro, nonché vivere i suoi sguardi e le reazioni che ne conseguono. Il dio che pregano, silenziosamente, i fiori ha qualcosa di simile allo sguardo trasognato di questa Beatrice. Gli applausi sono, qui più che mai, un momento liberatorio, per l’interprete e per la platea tutta.

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