immagine dello spettacolo L'orchessa
Ph Emma Terenzio

L’ORCHESSA – Recensione Teatro

in Teatro

Nell’ambito della stagione teatrale 2025/2026 di PACTA. dei Teatri vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo L’ORCHESSA. Lo spettacolo è tratto da “L’orchessa e altri racconti” di Irène Némirovsky – Adelphi Edizioni. La drammaturgia e la regia sono a cura di Paolo Bignamini. Con Annig Raimondi e Paola Romanò. Le scene e il disegno luci sono firmati da Fulvio Michelazzi. I costumi sono a cura di Nir Nagziel. L’assistente alla regia è Diego Villalòn. Le foto sono realizzate da Emma Terenzio. La produzione è firmata da PACTA . dei Teatri.

Per una volta, il principio non è il verbo, ma la luce, anzi il nero. Il fascino ammaliante, ipnotico, di questo colore capitalizza l’attenzione della retina, rendendo l’esperienza della visione qualcosa di unico e irripetibile, che spinge, fatalmente, l’occhio ad acquisire la facoltà di cogliere immagini sottili, metafisiche. In un fondo nero, su una pietra nera, se passa una formica nera, Dio la vede; ma, ancor più, lo fa  lo spettatore, il quale viene allenato a vedere l’invisibile, a cogliere il dagherrotipo dell’anima impresso sulla lastra del palcoscenico. La tecnica è quella caravaggesca: si dipinge solamente quello che è in luce. I tagli sono lì a creare presenze, nel paint it black che incornicia, meravigliosamente, questa trasposizione drammaturgica del racconto omonimo della Némirovsky. Una menzione d’onore merita il light designer Fulvio Michelazzi, che rende la luce un ulteriore personaggio, spietatamente geometrico, in grado di interloquire, contemporaneamente, con i protagonisti e con la platea tutta.

Questa storia va giù, giù, verso i più scomodi gironi infernali della coscienza; anzi, della coscienza declinata al femminile. Qui si scopre l’ombra junghiana, la versione rovesciata, oscura del femminile nel mito. Ecate e  Proserpina mostrano quanto possa essere profonda la tana del Bianconiglio, e quanto sia difficile il parto, conseguenza di quella terribile caduta verso il basso. L’orchessa diventa un mitologhema, un segno, un simbolo in grado di dare un’immagine ai mari, tormentatissimi, della psicologia del profondo. L’elemento cattivo della fiaba diventa una madre, e da qui nulla sarà come prima. Il confortante sentiero del racconto finisce a un punto morto, senza il naturale scioglimento del “e vissero tutti felici e contenti”. Chi sarebbe chiamata, per sua natura, ad accompagnare il sonno della bambina, lo popola, al contrario, dell’inferno del “tu devi”. L’autrice della storia svela un tabù, qui mostrato in tutta la sua ruvidezza e scomodità.

Immagine dello spettacolo L'orchessa
Ph Emma Terenzio

Si mostra, senza sconti, la volontà di rendere la figlia la propria estensione, la propria revanche  esistenziale, la freccia in grado di bucare il confine di mediocritas del genitore. Il taglio, dunque,  non può che essere psicanalitico, e il territorio d’azione scenica diviene una camera oscura in cui nascono le immagini delle due attrici; immagini incorniciate, ma anche quadri in movimento, fotogrammi che seguono il montaggio particolarissimo dell’inconscio, fatto di salti, di movimenti al ralenti. Ma dove troviamo il nodo gordiano della vicenda, è nella vocalità, che diventa una nevrosi fonetica, un’eccellente cartina di tornasole dei contenuti psichici dei personaggi. E qui, Annig Raimondi riesce a pescare, dalla propria ventralità in miniatura, tutti i fonemi più scomodi, più roridi di sangue metafisico, quello definitivamente più tragico. La  sua laringe deve avere uno o più corpi ulteriori, in grado di sostenerla.

L’impressione è mesmerizzante; sembra di ascoltare un particolare fraseggio jazz, uno di quelli cupi e vivissimi, in grado di animare una cave parigina tra un bicchiere e l’altro di Pernod. Rimane su ogni singola nota verbale, Annig, per il giusto tempo; la lascia risuonare fino a quando il suo infallibile intuito le dice che l’effetto va mantenuto, e poi passa alle successive. Intanto, però, in platea, qualcosa si è impresso indelebilmente sul terreno dell’anima dello spettatore, lasciando la traccia più profonda: quella che va oltre la verbalità. Quando, al pari di un pifferaio di Hamelin, di un ipnotizzatore o di un mago, con la sua bacchetta magica – diventata una coscetta di pollo –  Annig888888888 muove il personaggio dell’orchessa, ha qualcosa dell’Ariel shakespeariano; spirito leggero in grado di muovere i fili della vicenda, un genius loci numinoso in grado di proteggere il dipanarsi drammaturgico, e la scena tutta.

Immagine dello spettacolo L'orchessa
Ph Emma Terenzio

Paola Romanò è l’orchessa giusta, in grado di creare un contrasto eccezionale tra  fisicità cospicua e  vocalità volutamente flautata, volutamente leziosa e  compiaciuta. Scivola verso il canto con una naturalezza estrema, ed esplora quel territorio di confine, quella no man’s land tra le due differenti forme di fonetizzazione, che trova una sua naturale definizione nello Sprechgesang brechtiano. E, infatti, c’è sicuramente più di una memoria genetica del teatro epico in questo personaggio, carico nel trucco e nei toni. I suoi gesti, il ruminare del cibo e delle parole, soddisfacimento  – per dirla con Freud –  orale e fonetico,  diventano sociali, un segno marcato di riconoscibilità. D’altra parte,  il suddetto Sprechgesang diventa il linguaggio privilegiato di questo lavoro teatrale. Il finale al microfono, dove la parola rallenta e si distorce, svelando tutta la sua natura orchesca, è, davvero, una felice intuizione di regia, che genera nello spettatore una reazione tutt’altro che catartica.

Le latitudini sono, decisamente, quelle della teatralità brechtiana. La maschera sociale cade, e il tono non puo’ che mutare, sciogliersi come gli orologi di Dalì, per mostrare tutta la dismorfia di un’anima mostruosa, vittima della sindrome di Crono: la filiofagia, il divorare avidamente i figli come fossero coscette di pollo. Lo spettacolo appare come una lucida e impietosa analisi,condotta attraverso una tomografia assiale computerizzata dell’anima, di una madre burattinaia, che gioca con i burattini-prole fino alla rottura della corda, o del pupazzo. Il regista Paolo Bignamini porta il racconto scenico al calor bianco, anzi, nero; evita la trappola dell’estetismo autocompiaciuto, rischio di ogni trasposizione drammaturgica di un racconto, e mostra, impietosamente, tutte le distorsioni baconiane di questi personaggi, che non trovano più un materno confortante in cui “intuarsi”, e visitano l’inferno senza stelle, fino all’ultima, estrema, ustione

Immagine dello spettacolo L'orchessa
Ph Emma Terenzio

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