Immagine dello spettacolo Sagittario

Sagittario – Recensione Teatro

in Teatro

Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Sagittario, liberamente ispirato al romanzo di Natalia Ginzburg. Di e con Silvia Soncini.

C’è in piccolo, grande  miracolo che accade nella letteratura, e, qui, in forma teatrale: quello di raccontare personaggi che, decisamente, non si trovino alle latitudini del tragico, almeno nell’accezione del termine comunemente intesa. Non c’è il titanismo dell’essere umano che cerca di superare i suoi limiti dati, di porsi in armi contro la metafisica certezza della sua finitudine; piuttosto, si vuole puntare l’attenzione sull’everyman, o meglio, in questo caso, l’everywoman. Si narrano, con estrema agilità e maestria, quelle piccole esistenze, quel talento, insieme, nascosto e doloroso, di mancare le proprie vite, e quella sottile melancolia che le contraddistingue. Silvia Soncini riesce a rilanciare tutto questo in un monologo, in grado di contenere in sé le due donne protagoniste e la narratrice che le crea in prima persona, riproponendoci quell’ansia, quella deliziosa nevrosi, che accompagna il parto della scrittura, il suo essere in fieri. Tanto si è ragionato sul metodo Stanislavskij, sull’Actor’s Studio, ma mai sul processo, necessario, di immedesimazione per chi genera i personaggi.

Quest’ultima figura è chiamata, fatalmente, ad inserirsi nel loro flusso di coscienza; deve imparare a pensare come loro, ad avere gli stessi spasimi, i medesimi aneliti, con il cuore animato dagli stessi palpiti. La sigaretta che fuma la scrittrice, in concomitanza con il personaggio della madre, è  molto più di un accessorio. Diventa il correlativo oggettivo della poesia di Eliot o Montale, l’oggetto in grado di esprimere l’ineffabile altro da sé, l’aspirazione – da intendersi sia nella sua accezione tabagistica, sia nel suo senso figurato – a quella vita che, non vivendo, sogna il suo esserci, baloccandosi nei progetti che si aspettano, come Vladimiro ed Estragone aspettano Godot. E quale miglior modo per ingannare l’eterna attesa, che una sigaretta? Seduta a un tavolino, a gambe incrociate, o  muovendosi avanti e indietro come un implacabile pendolo di Poe, l’attrice riesce a rendere tutto il senso di un tempo immerso profondamente nella sua dimensione esistenziale.

Immagine dello spettacolo Sagittario

Questo elemento vitale, l’attrice non soltanto lo avvolge, ma finisce per regalargli un significato, o, meglio, l’impossibilità di un senso ultimo. La madre e Scilla, solo apparentemente due opposti, in realtà rappresentano molto di più; sono le due facce della stessa medaglia, di uno stesso spirito. Junghianamente parlando, sono l’anima e l’ombra, cioè la  parte nascosta, più disinvolta nel realizzare quello che l’altra parte censura senza pietà. Si fondono meravigliosamente nello stesso corpo dell’interprete, come una sorta di sigizia, di sacra coppia del fallimento esistenziale. Il progetto di una sartoria da chiamare Sagittario, nomen omen, come colui che lancia la freccia, ossia l’idealità scagliata nel cielo del “potremo”, “faremo”, ha il sapore speciale dell’eterna ultima sigaretta di Zeno Cosini. Le due madri sono la controparte femminile del Sisifo mitologico, dell’essere che porta invariabilmente lo stesso masso sulla stessa cima, per poi vederlo cadere, ogni volta, fino a valle.

L’unica differenza è che lui è stato condannato, e loro, invece, si sono scelte questo frustrante gioco che inizia ogni volta da capo, come il piccolo Hans di Freud, che continua ad allontanare e ad avvicinare il rocchetto a sé. La loro vita, come quella dei personaggi che le circondano, è fatta, sostanzialmente, di parole, Quelle stesse parole sono vergate febbrilmente dall’io narrante della scrittrice, che sembra agire nello stesso stato di trance in cui una medium comunica con il mondo invisibile; è posseduta dal daimon che non si limita a suggerirle la storia, ma la fa diventare una sorta di imperativo. Le parole sono, in definitiva, un ridotto di resistenza, l’ultima evidenza cartesiana sonorizzata dell’umano esistere; hanno il senso di un tentativo di sopravvivere alla propria fatuità attraverso la verbalizzazione di personaggi beckettiani, nelle loro più sincere aspirazioni. Essi parlano per credersi veri, per non sparire come il cavaliere inesistente di Calvino.

Immagine dello spettacolo Sagittario

E, parola dopo parola, lo spettatore entra personalmente in una sorta di stato di coscienza alterato, in un’ipnosi attraverso la quale si sente lì, seduto allo stesso tavolino, a bere lo stesso caffè, a fumare la stessa sigaretta. Sparisce, piano piano, l’ambiente in cui si svolge lo spettacolo, e  l’unica realtà che esiste, e su cui fare affidamento, è quella del racconto. La platea passa attraverso Scilla e la madre-Cariddi come Ulisse deve passare, con la sua nave, attraverso i due terribili pericoli: esattamente nel mezzo, osservando i due fenomeni, in grado di catturare l’attenzione con gli irresistibili poli gravitazionali della loro particolarità. Un po’ come i personaggi della canzone di De Andrè  La città vecchia:“se li giudicherai da buon borghese li condannerai  a cinquemila anni più le spese. Ma se li capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

Silvia Soncini ha davvero trovato, nel racconto di Natalia Ginzburg, uno spunto per una drammaturgia eccezionale; una palestra d’attrice, dove allenare le fibre dell’anima attraverso due personaggi femminili che vivono, soprattutto, nelle sfumature. Ecco, la sua grande capacità di interprete è, senza dubbio, quella di far vivere queste due figure attraverso i dettagli, i minima moralia o immoralia, le piccole cose in grado di farci scoprire, frattalicamente, un universo sconfinato. Basta un movimento della mano, che gioca con la sigaretta come Prospero con la sua bacchetta, oppure uno sguardo che si perde nel vuoto, un sovrappensiero che vale quanto un intero trattato di psicologia, per raccontare l’anima cosi come è per se stessa, finalmente; non come appare, ma come si vive dal suo interno. Silvia supera, idealmente, l’impasse pirandelliana, e il suo “di dentro” diventa il nostro “di dentro” Applausi.

Immagine dello spettacolo Sagittario

Se questo articolo è stato di vostro interesse, vi invitiamo a leggere gli altri, che troverete nella sezione teatro, e le altre recensioni presenti sul nostro sito. Non scordate, inoltre, di ascoltare i nostri podcast per approfondire la conoscenza del vasto mondo teatrale.

Le ultime da Teatro

it_ITItalian
Torna all'inizio