Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo La tovaglia di Trilussa, scritto da Ariele Vincenti e Manfredi Rutelli. Con Ariele Vincenti. La consulenza registica è curata da NIcola Pistoia. Le musiche sono curate dal Maestro Nino Cangialosi.
Gli idiomi dei dialetti sembrano fatti apposta per esprimere quelle sfumature emotive, quelle ombreggiature di stati d’animo che si faticherebbe a trovare nella lingua condivisa. Non fa eccezione il romanesco, dove l’impressione è, certamente, quella di trovarsi un amico che ti offre un “quintino” in osteria, e qualcosa da mangiare insieme. E’ una persona accogliente, che ha un secondo cuore nella laringe, anzi, sulle labbra stesse, pronto a dar mostra di sé, a creare una vera e propria punteggiatura diastolica e sistolica tra le parole. Se poi, come in questo caso, la lingua è quella di Trilussa, allora ci si trova a fare un balzo quantico, a un ulteriore livello di energia e comunicazione. La semplicità riesce ad esprimere, con la chiarezza di certe acque fresche e dolci, uscite dritte dritte da una poesia petrarchesca, qualunque tipo di contenuto.
La poesia commenta con lo sguardo stupito del fanciullo, ma anche con la malizia del saggio adulto, le cose del mondo, senza rinunciare a una potente vis satirica, omaggiando l’antico adagio “ridendo castigat mores”. Trilussa, qui, appare in tutta la sua incontenibile potenza del verbo, e in lui, in trasparenza, si vedono i suoi antenati letterari: Orazio, Giovenale, Fedro, con la sua etica immaginale nel territorio degli animali, e – ultimo, ma non per importanza – il potere sferzante della comicità plautina. Sì, perché c’è, indubbiamente, una meravigliosa teatralità nel verso di questo poeta romano; la capacità di trovare una drammaturgia immediata spontanea, in cui i personaggi non sono raccontati epicamente, ma si presentano, si esprimono d’impatto. Il poeta sembra uno di quegli artisti delle ombre cinesi, capaci di creare con le mani l’illusione di qualunque creatura. Qui basta sostituire le mani con le parole, e il gioco è fatto.

Ariele Vincenti diventa, senza dubbio, il reagente capace di far sì che questa reazione chimico-teatrale riesca, nella sua versione più piena e completa. Trova, da subito, una naturale affinità elettiva, una coincidenza esteriore ed interiore con l’uomo Trilussa, e, idealmente, ci fa sedere al suo tavolo, ci chiama a condividere il suo vino; una comunione teatrale in cui il miracolo della transustanziazione riguarda l’anima stessa di una città che mostra le sue radici antiche. Non, però, con arroganza e alterigia, ma dalla latitudine del popolo, di chi si è visto scorrere davanti tutti i paesaggi storici: la Repubblica, l’impero, il papato, il Risorgimento, l’Italia. E Trilussa è incastrato, biograficamente, in quella Roma ancora piccola, contenuta, quella che vive nei vicoli, quella che persino l’antico patrizio, o la peccaminosa Messalina, cercava nella suburra. Entra, con i suoi versi, nel ‘900, ma senza cantare il peana futurista del nuovo secolo.
Anzi, i suoi versi segnalano parecchio scetticismo e disillusione. Passa attraverso gli orrori della prima guerra mondiale ed il ventennio fascista. E persino Mussolini non riesce a impedire a questo cervello critico di funzionare, perché Trilussa valica i limiti del suo corpo fisico per diventare Roma stessa; e Roma non si tocca, lezione che conosce fin troppo bene l’imperatore Nerone. Il poeta, come bene viene descritto ed incarnato dall’attore, merita la stessa definizione che Flaubert dedicò all’amico russo Turgenev, quella di gigante buono. Buono sì, ma non minchione, capace di far terremotare, a parole, il già detto, il luogo comune, la corruzione e l’abuso di potere, come se ci fosse stato un silenzioso passaggio di testimone con l’antico Pasquino. E l’aspetto che non manca di stupire, è che questo uomo di lettere, questo poeta capace di interessare anche l’Europa e l’America, amico di D’Annunzio e stimato da Pascoli, sia riuscito a vivere con la propria arte.

Trilussa ha professionalizzato (in mezzo, certo, a creditori, strozzini, cambiali) l’arte del poetare. Era davvero in grado di pagare un conto scrivendo, su un tovagliolo, una sua poesia, come faceva il buon Picasso, che accennava un disegno a penna su un foglio del conto (o come Ligabue e Alda Merini, che offrivano bozzetti e poesie per un panino o una minestra). Questa è la più efficace cartina di tornasole di tutta la potenza, tutta la capacità di essere riconosciuto nel proprio ruolo, d’essere, per la comunità, un punto di riferimento inconfutabile. Lo si potrebbe considerare, a buon diritto, uno di quei lari familiari che popolavano, in forma di statue, le case degli antichi romani; una presenza spirituale, divina, che poteva essere inserita nel proprio albero genealogico. Ariele tiene davvero fede al suo nome: ennesima dimostrazione del nomen omen, si muove in scena come uno spiritello, vola letteralmente attraverso i suoi fonemi, prende per mano lo spettatore come un Peter Pan di Trastevere.
E gli fa fare, dall’alto, un giro di Roma. In fondo, lui stesso ha il volto scavato di certe statue romane: un volto antico ma, al tempo stesso, familiare. E ha mani che sono una sorta di laringe ulteriore, capaci di parlare, di muoversi proprio come si muoverebbero un paio d’ali, dando lunghe carezze agli spettatori. Dall’inizio alla fine dello spettacolo, si sente come l’urgenza di questa narrazione sia stata, certamente, la causa prima di questo progetto teatrale. C’è un interminabile, avvolgente abbraccio che contiene tutto questo monologo, che non molla la sua presa dal primo all’ultimo fonema. Il tributo a Trilussa è molto più di un tributo: è un atto di sincero umanesimo, un viaggio che, raccontando la carne, non può che traguardare, fatalmente, nell’anima. Gli applausi, tutti meritati, sono il giusto abbraccio di ritorno da parte degli spettatori

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