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Il Gabbiano

After Kostja – Recensione Teatro

in Teatro
Immagine dello spettacolo After Kostja

Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo After Kostja, lo spettacolo è diretto da Alberto Oliva, interpretato da Sarah Biacchi e Alessandra Frabetti. La drammaturgià è a cura di Livia Castiglioni

C’è un segreto nascosto, in ogni personaggio del grande teatro: vivere oltre la sua storia, affacciato sulla finestra pirandelliana dell’ispirazione di un autore pronto a regalargli nuove parole. Ciò  accade in questa pièce in cui si riesce a fare qualcosa di incredibile, prendendo in mano un testo cechoviano gravido di cardiache suggestioni, di serica sensibilità, intriso di rugiada d’anima, ossia Il Gabbiano, e immaginandone un prosieguo a vent’anni di distanza. L’operazione riesce, ed è necessario attribuire una menzione d’onore alla dramaturg Livia Castiglioni, che vive un’affinità elettiva con lo scrittore russo. Le parole del testo non si limitano ad avere una natura mimetica, ad avere solo il vago sentore di reminiscenza; sembrano nate da quella mano, da quel corpo fragile segnato dalla tisi, con la vocazione di essere medico dell’anima, oltre che del fisico. Nina e Arkadina si incontrano, per il loro personalissimo finale di partita.  

La ricetta del loro dialogo è unica e irripetibile. La spirituale capacità penetrativa della spezia bergmaniana si incontra, felicemente,  con i sogni disperati e disperanti delle eroine di Tennessee Williams. L’immagine in grado di restituire tutta la consistenza di questo pas de deux è quella di una partita di volano, in cui la palla-fonema riesce, con la sua forma, a ingannare la velocità e il tempo, alternando momenti di apparente ralenti con altri, in cui tutto sembra scorrere più velocemente. Il tempo cechoviano è, fatalmente, quello di Bergson: un tempo interiore, giocato in quel ricordificio che è l’anima. Tutto è, prima di tutto, accaduto, e, nel passato, si arricchisce degli umori interiori; forma, con l’ordito della speranza, della tenerezza, del rimpianto e, financo, del sogno, un tessuto speciale, che è la vita stessa dei due personaggi.

Immagine dello spettacolo After Kostja

La rivoluzione incombe, ma qui battono ancora, veloci, i cuori di due scriccioli che non vanno d’accordo con il loro tempo. Il gabbiano è ancora lì, come un simbolo in cui, fatalmente, inciampare; un momento da affrontare,  in questo viaggio iniziatico,  in cui il mistero è l’esistenza stessa. Due donne si prendono a schiaffi l’anima, senza remissione, e si riaprono  – reciprocamente –  le antiche ferite.  Ma si regalano, nondimeno, abbracci così potenti da ricordare quelli degli esseri androgini del Simposio di Platone: esseri che, una volta ritrovata la loro metà, ad essa si uniscono con tutte le loro forze, nel tentativo di riconquistare l’unità perduta. L’identità ha bisogno di un riconoscimento dello specchio dell’altro, per dichiarare la propria essenza. E questa lezione cechoviana, lo spettacolo la coglie in pieno: i personaggi, con aracnica determinazione, cercano di aggiustare la ragnatela della loro anima, intuendone vicendevolmente  la struttura.

Gli edipici palpiti di Kostja, l’arte manipolativa di Trigorin sono gli spettri evocati, mesmericamente, dalle due protagoniste, che, deliberatamente, non chiudono il bilancio esistenziale: lo cambiano, cancellano le cifre, lasciano un bianco che nemmeno i numeri, stordenti, dei conti dello zio Vanja potrebbero colmare, per  queste anime inquiete. Il bambino che appare come una visione esterna sembra superare la categoria di semplice personaggio, per guadagnarsi quella di un archetipo, di una necessità nata dal magma della psicologia del profondo, ricordando il segreto del puer; un fanciullo che, nell’immediatezza della sua esperienza di vita, nella sua resilienza, regala una possibilità terapeutica alla malattia interiore di queste due donne. L’intuizione, poi, di far accadere tutto nel teatro all’aperto, voluto da Kostja, sul lago, regala allo spettacolo la sciarada del gioco teatrale, in grado di rendere l’ulteriore, esponenziale sciarada dell’esistenza un enigma, da cui farsi attraversare.

Immagine dello spettacolo After Kostja

Le interpreti giocano seriamente, a incarnare personaggi che sono, a loro volta, due attrici, e  usano la recitazione come arma bianca del loro duello verbale. Come nella galleria degli specchi di Versailles, si moltiplicano le immagini e le possibilità. Mentre la verità, nell’estremo gioco frattalico della finzione, trova la possibilità di dirsi e di raccontarsi, in tutta la sua devastante forza esplosiva e implosiva. Il regista, Alberto Oliva, si comporta come un attento maieuta socratico; nel suo concertato si trovano le tracce dei parti emotivi, in ogni scena, in ogni trancio di dialogo, persino nel singolo fonema. E’ una regia attenta, impressionista, che abiura il nero dei contorni. “A un certo punto finimmo il nero”,  afferma Renoir; e i colori delle immagini sfumano in un orizzonte dove non ci sono confini, ma toni di impressioni.

Sarah Biacchi è una Nina vibrante, che ha lavorato per vent’anni sulla tela di Penelope, e che aggiunge, al calore emotivo, la saggezza di una raisonneuse teatrale. Restituisce al personaggio una sua coscienza metatestuale, un  interrogarsi sul suo essere e sul suo senso. Alessandra Frabetti è una Ecuba zarina, nella Rivoluzione di Ottobre. E’ un’attrice che potrebbe diventare, dopo il travaglio del negativo di hegeliana memoria, il corrispettivo femminile di  re Lear. Il capitale di vita non vissuta, preziosa cifra distintiva dei personaggi cechoviani, trova, in questa interpretazione, una catarsi, un cri de guerre e, insieme, di riconciliazione. Hanno, le due attrici, tra di loro, una forza magnetica, a tratti repulsiva, ma attrattiva nella sua finale attualizzazione. Merito di questo allestimento è, infine, restituire l’epistemologia cechoviana, che racconta il sublimarsi della rabbia in abbraccio, appena prima che partano i generosi applausi.

Immagine dello spettacolo After Kostja

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Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano

in Speciale

Quasi fosse fatto apposta per esprimere certi stati d’animo, prendiamo da esempio Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano, per trovare in un’intimità, magari nata casualmente, una dimensione di verità che si mostra finalmente, dopo essere stata a lungo assopita. E chi di noi, almeno per un istante, nelle lunghe permanenze forzate a casa, non ha sentito, anche inconsapevolmente, un’immediata affinità elettiva con uno dei personaggi del drammaturgo russo? Appartiene a questa strana quotidianità quella sua atmosfera un po’ fané, quei sorrisi un po’ dolorosi, a volte tirati.

Quel senso di attesa, che sembra essere una forma trascendentale con cui si fa esperienza della realtà, l’impressione che tutti gli orologi abbiano perso la lancetta dei minuti e quella delle ore. E le cose di tutti i giorni, le piccole cose gozzaniane, domestiche, familiari, sembrano liquefarsi come nel quadro di Dalì “La persistenza del tempo”. Inevitabilmente sembra emergere lo zio Vanja che ci portiamo dentro, ed il suo capitale di vita non vissuta, che è diventato troppo grande ‘per essere nascosto sotto il tappeto. La vita che non vive colonizza i pensieri, e poi le parole dei personaggi čechoviani, ed insieme quelli della nostra realtà condivisa e spesso quasi irreale nel suo manifestarsi quotidiano.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

D’altra parte, per citare uno dei suoi caustici pensieri, “è il quotidiano che ti logora”, ha la capacità di corrodere il metallo del proprio essere, ancor più se viene percepito come una dimensione forzata, come una cattività in cui si stenta a vedersi nelle vesti di una sorta di Spartaco, in grado di spezzare le catene. È certamente  l’essere medico ad aver donato a Čechov la naturale predisposizione a diagnosticare anche le malattie dell’anima, e tentarne la cura, sentendosi invincibilmente coinvolto nello stesso battito del cuore del  paziente che ausculta, e che restituisce in forma di monologhi e dialoghi.

Non ha alcun setting, alcuna distanza professionale dai suoi pazienti, ne prova una sincera compassione, viene investito dai lori umori emotivi, come un chirurgo rimane macchiato di sangue. Chissà quanti dialoghi, quanti spunti dalla costretta vita domestica, avrebbe potuto annotare sul suo taccuino, proprio come il personaggio dello scrittore Trigorin ne Il Gabbiano, per trasformare tutto questo in un racconto, od in una scena teatrale, in intero testo, in grado di sublimare i vapori di malinconia nella poesia di una drammaturgia. Nella lente di ingrandimento, costituita da una dimensione domestica, si accorge di più di sé l’anima, si avverte, come la presenza di un rumore sordo, che sopravvive anche al silenzio di tutto il resto, non può farne a meno, costretta a specchiarsi nello specchio esistenziale di chi convive con lei, e farsi essa stessa riflesso per questa presenza.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

Questa è una verità con cui gli esseri che animano Il giardino dei ciliegi conoscono bene, raccontando anche l’ultima goccia di se stessi, distillata pazientemente nel corso di un’intera esistenza. E quanto fa bene la citazione tratta da questo testo, ossia “superare quel di meschino ed illusorio impedisce di essere liberi e felici, ecco lo scopo e il senso della nostra vita”. L’intuizione che ci regala è quella che c’è un altro lockdown, molto più provante di quello sperimentato in questi mesi, quello della propria coscienza.

Parliamo di uno spirito che si ritira nel proprio carapace, degli occhi della consapevolezza che preferiscono chiudersi, o al più fessurizzarsi, per dormicchiare perennemente. È questa la sveglia cechoviana, la campana che vuole ostinatamente ridestarci, la possibilità di essere qualcosa di più e di meglio delle creature evocate da Andriej nel testo de Le tre sorelle, che “non fanno che questo: mangiano, bevono, dormono, e poi muoiono…”. Come ricorda Peter Brook, “Il tragico di Čechov appare sempre un po’ assurdo”, infatti, vedendo ed ascoltando i suoi testi, si ha insieme la voglia di piangere e di ridere, si avverte che il fiato delle sue battute ci è così vicino, così familiare, al punto che potrebbe essere il nostro. Dunque ancora una volta ritroviamo Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

Non stupisca il fatto che il teatro, in questo caso quello del drammaturgo russo, diventi la pietra di paragone della realtà, non c’è in questo un paradosso, piuttosto la volontà, da parte di questa forma d’arte, di farsi più vera del vero, di mascherarsi perché la maschera sia la libertà dell’anima di esprimere pienamente se stessa, di candidarsi a mostrare una via possibile, percorribile, un cielo di stelle verso il quale poter alzare lo sguardo. Ci vogliono decisamente le parole di Sonja, nipote di zio Vanja, per sollevare il sipario sulla scena di una rinnovata speranza interiore, bisogna avere nel cuore, impresso indelebilmente nello spirito, il suo “Io ci credo, zio, ci credo veramente!”.

Bisogna sentire tutta la carezza delle sue battute toccarci e scaldarci l’anima, un Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano che esporta la forza di parole capaci di squarciare il velo dell’inerzia, dell’accidia, del lasciarsi vivere e del rimpianto, per mostrarci un paesaggio interiore in cui non sia possibile determinare il confine tra le lacrime di dolore e quelle di una consapevolezza gioiosa. Per avere il colpo d’occhio di tutto il pensiero di Čechov, che si scalda alle latitudini del cuore, basta osservare gli occhi di uno dei suoi ritratti fotografici, sono il messaggio, più vero e diretto, di chi sente risuonare nel suo “dentro” tutto il nostro “dentro” che appartiene all’animo.

Se avete trovato interessante articolo su Čechov, vi invitiamo a leggere la nostra recensione dell’evento online dal Teatro Elfo Puccini, ascoltare le puntate del nostro podcast e seguire le nostre rubriche dedicate al mondo teatrale.

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