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Antonella Voltan

Anatomia di un volo – Recensione Teatro

in Teatro
Immagine dello spettacolo Anatomia di un volo

Nell’ambito della rassegna Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Anatomia di un volo, uno spettacolo scritto e interpretato da Antonella Voltan.

Avete mai avuto la curiosità di aprire un giocattolo per capirne il funzionamento? Attraverso quali meccanismi, rotellamenti, sistemi di alta orologeria riesce a operare? Ecco, lo stesso sentimento si prova ascoltando i fonemi di Antonella. Ci si chiede quale sia la misteriosa quiddità che genera quella voce, da quale nascosto antro dell’anima l’attrice, autrice e regista  riesca a cavar fuori certi diamanti purissimi, che lasciano il desiderio invincibile di perderti nel rifesso di quella luce. Parte con la sordina: la voce vissuta, grattata, proviene da una laringe materica, come certa pittura che sfugge alla bidimensionalità con una pennellata densa,  in cui il colore ha la possibilità di conquistarsi una consistenza felicemente grumosa, testimonianza dell’atto emotivo che l’ha generata. Questo è il miracolo dell’attrice che trova, in questo monologo, uno spartito, da lei stessa scritto, ideale per esprimersi in tutti i suoi cromatismi interpretativi.

Non c’è una sola interprete, ma un’Antonella diversa, per ogni singolo organo del corpo interpretato. E poi c’è quell’ingrediente segreto che è solo suo, la capacità con cui, un giorno, entrò in questo mondo, con un’anima ancora gocciolante dal bagno nel fiume Lete: quella di insorrisarsi. E quando scrivo così, intendo che il suo sorriso gentile, delicato, supera i confini naturali delle labbra, investe tutto il corpo, e, da quello, si allarga alla scena e alla platea tutta. Ci si potrebbero scrivere trattati di metafisica su quel modo di sorridere, che si fa talmente sottile da diventare l’aria stessa che gli spettatori respirano. Per Cioran, noi dimentichiamo il corpo, ma il corpo non dimentica; e non lo fa nemmeno l’attrice, che porta con sé una memoria degli organi, una loro coscienza, capace, una volta tanto, di esprimersi al di là della grammatica freudiana della somatizzazione.

Immagine dello spettacolo Anatomia di un volo

E non può che essere il cuore ad iniziare la narrazione; a far vivere le 40000 cellule neuronali intracardiache è proprio lei, con una semplicità talmente naturale, chiara e fresca come le acque del Petrarca, da diventare uno stato di grazia. Un momento in cui non si può fare altro che ascoltarla, stare lì a sentire quei battiti fatti di battute, capaci di entrarti nelle profondità cardiache, e farti innamorare di un testo scenico unico e irripetibile. Poi arrivano gli altri organi; persino alle latitudini dove non batte il sole c’è una buttafuori simpaticissima, che fa uscire gli str…i e non li fa più entrare. Ti tira fuori dal cilindro un Bukowski ingentilito da una grazia femminile, che riesce a trovare una satireggiante seta anche negli scomodi territori proctologici. Seguono la “precisina” milza e il fegato, non più sondato dagli aruspici, ma oracolante, egli stesso, sugli effetti fatali dei Negroni.

D’altra parte, era proprio il buon Bukowski ad affermare che, se avessimo il fegato parlante, non avremmo bisogno degli Alcolisti Anonimi. Ogni volta cambia il dress code, sempre originale ed elegante; viene svelato attraverso un gioco di sottrazione, una teologia negativa sartoriale che arriva all’ecce homo, pardon, ecce foemina! Libera, soprattutto libera di essere e di scoprirsi in una mise alla Minnie Minoprio, l’interprete gioca il gioco serio del teatro senza un filo di trucco recitativo. Diventare se stessa sulla scena è il più bell’attestato di attrice che può essersi guadagnata negli anni. E quando, per ultimo, arriva il cervello, persino la sua gioia sconfitta, il suo socratico so di non sapere, ci vengono  trasmessi con una simpatia speciale. Sì, perché qui si torna letteralmente alle origini, all’etimo di questa meravigliosa parola, che troppo spesso scivola via come la pioggia dai tessuti cerati.

Immagine dello spettacolo Anatomia di un volo

 Essa unisce le parole greche syn, ossia “con”, e pathos, ovvero “emozione”. Sentire insieme, provare qualcosa con qualcuno, non è forse una delle più essenziali e riuscite definizioni che si possano dare a un interprete teatrale? Il segreto, poi, è non limitarsi a vivere le proprie, di emozioni, bensì quello di mettere insieme quelle di tutta la platea, e di restituirle come una pioggia di coriandoli, lanciate ad ogni Carnevale tutto da inventarsi. Antonella Voltan potrebbe essere una di quelle donne felliniane di 8 ½ capaci di diventare, in una splendida sovrapposizione, mamme, mogli, amanti: emanazione dell’eterno archetipo del femminile. Non a caso ragionava, il buon Jung, di animus e anima. Voilà bella e servita l’anima, sua e nostra, sul palcoscenico, nella capacità gastronomica di offrire gli organi al pubblico con succulente ricette, come farebbe Hannibal Lecter bonificato dalla sua carica orrorifica.

Canta, parla, e produce, con i suoi fonemi, una sorta di scat, di magia in grado di evocare i timbri dei vari strumenti, di imitarne il suono e i fraseggi. E quella musica non ti annoia mai; ti fa venire voglia di tenere il tempo al tuo tavolino, di ordinare un altro drink, e di fermarti ancora un po’ a sentirla. Fateci caso: chi ascolta il jazz, a un certo punto sorride, sorride senza accorgersi, ed Antonella fa lo stesso effetto. Ma c’è di più, perché  riesce anche a insaporire di un sussurro, un bisbiglio di leggerissima malinconia, per rendere la ricetta perfetta, per regalare al piatto drammaturgico quella pienezza gustativa. E, in platea,  l’esperienza sensoriale è quella che regalerebbe un menù di uno chef stellato. Si può gustare con la bocca, con il palato, uno spettacolo? Io dico di sì, e questo lavoro teatrale ne è una evidente dimostrazione.

Immagine dello spettacolo Anatomia di un volo

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