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Danilo Caravà - page 6

Danilo Caravà ha 61 articoli pubblicati.

Al via il podcast dedicato al mondo del teatro

in Podcast
Podcast teatro Il Teatrante

Con oggi inauguriamo una nuova sezione del nostro magazine, ospitando un podcast dedicato al mondo del teatro. Radio Koryphaios è uno spazio dedicato, dove il lettore diventa ascoltatore per essere condotto a riscoprire il filo prezioso che lega il teatro alla tradizione della radio, tutto da ascoltare.

Attraverso tre appuntamenti settimanali focalizzeremo l’attenzione sull’analisi di numerosi temi ed argomenti, raccontandovi una moltitudine d’interessanti storie e di personaggi che non mancheranno di coinvolgervi. Questo è il teatro che noi vogliamo raccontarvi, per rivivere con voi le emozioni di un’esperienza unica e indimenticabile. Squarci di un dietro le quinte, ideale ma così tremendamente reale, che rappresenta per molti un universo particolarissimo.

Attraverso curiosità, situazioni e ricordi degli artisti che saranno nostri ospiti, stimolanti ma anche illuminanti e significativi, ogni episodio vi aiuterà a comprendere meglio l’autenticità del fuoco che scorre nella nobile arte che tutti noi amiamo. Il lunedì ed il venerdì saranno i giorni in cui proporremo il meglio del nostro podcast dedicato al mondo del teatro, trasmesso nel corso dell’ultimo anno, mentre invece il mercoledì sarà dedicato alla pubblicazione delle puntate trasmesse nell’ultima settimana per consentirvi di non perdere nemmeno un aggiornamento.

Se l’ascolto del nostro podcast vi ha soddisfatto, ma la vostra sete di conoscenza verso il teatro non è ancora placata, v’invitiamo a proseguire con la lettura della nostra rubrica sui mestieri del teatro, ricca di interessanti riflessioni, aneddoti e approfondimenti che vi aiuteranno a comprendere al meglio attorno a quali figure si sviluppa uno spettacolo.

Un caffè con Il Teatrante – Oggi abbiamo intervistato l’attrice Alessia Alciati

in Intervista
Intervista all'attrice Alessia Alciati

Quando la passione per la recitazione diventa qualcosa di più di un sogno, di un ideale, ha inizio un lungo percorso di studio. Un viaggio denso di ostacoli e dove occorre impegno, ma nel quale non mancano, grazie al talento ed alle idee, le soddisfazioni artistiche. Seguiteci per conoscere meglio un nome di cui sentirete sicuramente parlare, l’attrice Alessia Alciati.

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Focus sui mestieri del teatro: lo scenografo

in Rubrica

Riprendiamo la nostra rubrica con un nuovo focus sui mestieri del teatro: lo scenografo. Accade infatti che un oggetto, inaspettatamente, nel foglio bianco, tridimensionale, della scena diventa qualcosa di più e di diverso rispetto a sé stesso. Si trasforma in un segno grafico, in una serie di lettere in grado di comporre parole, frasi di senso compiuto. Questo è il segreto che ogni scenografo comprende bene. La creazione di un ambiente, porta sempre su di sé una responsabilità enorme, è la prima impronta immediata, visiva, che si ha di un testo scenico. È per così dire, il primo interprete a farsi conoscere dalla platea. Rappresenta, come il vecchio Firs del Giardino dei ciliegi, un personaggio che ostinatamente rimane in scena nonostante tutto ciò che possa accadere attorno.

Sembra che ci si dimentichi di lui, eppure è sempre lì, presente, pronto a servire la storia ed il modo con cui il regista la vuole raccontare. Il mondo del palcoscenico ha la sua particolare genesi, riscrive la realtà e la distilla attraverso l’alambicco della sensibilità poetica. Dopo tutto anche questa realtà, rispetto al sogno, ha la caratteristica della persistenza. La volontà di annunciarsi ai sensi continuamente, dunque per scriverla alla Pessoa, come cosa vera dall’esterno. La scenografia e come tale il mestiere dello scenografo sono di fatto il primo patto di credenza che si stabilisce con lo spettatore, gli si chiede di avere fede in  quella determinata scena. Così come abbiamo già avuto modo di raccontarvi per altri mestieri del teatro, avventuriamoci in questo viaggio decisamente interessante.

Focus sui mestieri del teatro: lo scenografo

La scenografia non dovrebbe essere la mera riproduzione di elementi reali, l’ombra delle cose proiettate sulla caverna platonica, ovvero sul palcoscenico. Piuttosto dovrebbe possedere una propria teatralità, un proprio statuto fondativo, altrettanto forte ed evidente rispetto a quello offerto dal mondo condiviso. Dunque gli oggetti scenici non sono veri in quanto attenta riproduzione del reale, ma in quanto costruiscono una rete di simboli, di significati, percepibili dalla distanza della platea. Ecco allora che, come ricorda lo scenografo Luciano Damiani, una putrella di ferro, in scena, non sarà semplicemente se stessa, ma avrà una sua propria sostanza teatrale.

Vi sarà dunque una capacità di comunicazione altra rispetto a quella che ci può aspettare da questo oggetto. Mettere al mondo un nuovo mondo, dagli un contenuto, “arredarlo” è una grande responsabilità. Un processo che chiede necessariamente una fase di progettazione. Quel momento in cui l’idea viene scomodata, “tirata giù” dal mondo iperuranico, e comincia a prendere forma grafica, geometrica. Sulla carta, prima di acquisire tridimensionalità vera e propria sul palcoscenico. Sempre Damiani, che per la scenografia ha una funzione simile a quella vitruviana per l’architettura, ricorda l’importanza dei raggi visuali nel momento del bozzetto.

Focus sui mestieri del teatro: lo scenografo

Bisogna calcolare, soppesare il volume, il “peso” delle cose, prevedere il rapporto tra di esse e gli interpreti, in modo che tra questi due elementi ci sia sempre un principio di armonia. La connessione tra uomo e oggetto sta nel cuore di questo antico mestiere del teatro, lo scenografo, è infatti il primo assioma di un sistema da cui poter dedurre tutto il resto. Quello da evitare è certamente l’errore del sovradimensionamento, della presenza eccessivamente carica, che diventa perciò ingombro, della scenografia. L’antico principio medico, ippocratico dell’isostasia, ovvero dell’equilibrio fra le parti, rappresenta anche quello in grado di essere una guida, una vera e propria stella polare per lo scenografo.

Ogni oggetto è chiamato a subire questa prova del nove, obbedisce ad un principio di necessarietà, evitando la trappola di cedere alla scorciatoia dell’accumulo e dell’accatastamento. Tra il testo teatrale stesso e la scenografia deve sussistere un’affinità elettiva, e se la drammaturgia si sviluppa in una certa modalità, necessariamente la scena dovrà esprimere quella dimensione. Lo scenografo rappresenta di fatto colui che riesce ad andare oltre il semplice guardare, andando a scoprire qualcosa che agli occhi dei profani non appare naturalmente, cioè il fatto che le cose abbiano un’anima, o meglio utilizzando un’espressione cara a filosofo di Mileto Talete, siano piene di dei.

Focus sui mestieri del teatro: lo scenografo

Gli oggetti hanno un capitale poetico da esprimere e da investire all’interno del teatro, concorrono, insomma, ad esprimere la poesia del testo scenico. Il copione ha una sua musica, un suo particolare timbro, che questo professionista teatrale deve scoprire ed assecondare. Il tranello più frequente in cui si può incappare è quello di costruire una scena che cerchi semplicemente di assecondare i canoni del meraviglioso, di ciò che in grado di stupire. Ma questa concezione finisce coll’ “impallare” gli interpreti, la storia tutta.

La scenografia è al servizio della storia, concorre a costruire l’accordo armonico in grado di accompagnare al meglio la melodia delle battute, del succedersi delle scene. Per crearla è estremamente utile avere sempre in tasca la frase del filosofo Occam, occorre “non moltiplicare gli enti se non è necessario”.  Ogni elemento, ogni “presenza” oggettuale, in questo modo, acquista un proprio peso specifico, “dialoga” insieme con gli interpreti e con la platea. Ha una sua preziosa ed unica relazione con l’invisibile, con ciò che può passare solo attraverso la metafora della sua stessa forma. Credere nella poesia del palcoscenico significa credere prima di tutto nelle scenografia, attraverso la quale si esprime. La scenografia è il primo modo con cui il testo riconosce se stesso nello specchio della scena.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi invitiamo a leggere gli altri approfondimenti presenti tra le nostre rubriche, come quello dedicato alla figura del drammaturgo, un altro ruolo importante per la buona riuscita di uno spettacolo teatrale.

È tanto che non bevo champagne… Dieci quadri sulla lontananza – Recensione Teatro

in Teatro

L’intuizione meravigliosa di questo spettacolo, proposto, come evento online dal Teatro Elfo Puccini, è che si può dare alle immagini digitali il tocco e la grazia di Chopin sui tasti di pianoforte. Proprio come suggeriva il musicista polacco ai suoi allievi, con le dita più lunghe, indice, medio ed anulare poste in corrispondenza dei tasti neri, ed il pollice e l’indice pronti sui tasti bianchi non contigui a destra ed a sinistra. Tutto questo per costruire una meravigliosa danza di immagini straordinarie che sono esse stesse, per una magia sinestetica, musica per il cuore.

Francesco Frongia, autore del progetto visivo, dimostra che nella caverna di Platone della multimedialità possono nascere anche immagini gentili, visioni dolci come le carezze evocate dalle parole e degli sguardi dei personaggi čechoviani. Sarebbe sbagliato definire questa costruzione visiva una serie di ambienti virtuali in cui far muovere ed interagire i personaggi, piuttosto sembra di vedere un delicato bozzolo digitale, una pennellata di frame leggera, per rispettare e valorizzare la seta di un carteggio che scivola come potrebbe scivolare l’anima sulla pelle. Con delicatezza assoluta, dall’inizio alla fine.

È tanto che non bevo champagne - Recensione spettacolo Teatro Elfo Puccini

Si parlano, si scrivono, Čechov e sua moglie, l’attrice Olga Knipper, attraverso la voce ed i corpi di Ferdinando Bruni ed Ida Marinelli, che compongono la coreografia di un delicatissimo pas de deux, vissuto interamente nelle intenzioni, nella danza di fonemi fatalmente contagiati dalle stagioni del cuore. Si assiste al miracolo di sentire quanta la voce possa far saltare, prendere, lasciare, e poi di nuovo afferrare un corpo, abbracciarlo, trovando le braccia che non ha, e che riesce ad inventarsi con la forza delle emotività che smuove. Si raccontano i sei anni della storia d’amore dei due personaggi. Sei anni che riescono ad essere il lungo, lunghissimo istante di felicità vissuto dal personaggio del sognatore di Dostoevskij.

Una pioggia fine fine di parole, riversata in un fittissimo carteggio, dove il teatro e la vita si incontrano, si sovrappongono, cade dolcemente sullo spettatore, ed è gentile ed è aggraziata. È la foto di tutti i sorrisi di sincera compassione che Čechov fa al mondo ed a se stesso. Si assiste idealmente alla summa delle opere del drammaturgo russo, alla sua essenza. Si assiste ad un’operazione a cuore aperto, e si ha la netta sensazione di poterlo toccare, quel cuore. Di sentire quel battito, di poter sentire il calore degli atrii e dei ventricoli, di quel muscolo mai veramente compromesso della tisi, in grado di pensare pensieri pascaliani che la mente non conosce, in grado di segnare come un metronomo il tempo di una potente creatività teatrale. Impeccabile e puntuale.

È tanto che non bevo champagne - Recensione spettacolo Teatro Elfo Puccini

Sono a distanza queste due creature, e per questo si scrivono, l’una impegnata nelle prove e negli spettacoli teatrali, l’altra in cerca di requie dalla febbre della noia, a Jalta, nella sua tiepida Siberia. Eppure sono anche così vicini, come se le parole riuscissero ad arrivare là dove persino il tatto fatica a giungere, negli spazi segreti del’anima. Hanno un corpo le parole, ed hanno gambe, e camminano veloci, e sono tutta la vita, anzi di più, sono anche tutta quella che potrebbe essere, tutti i fiati che Čechov fatica a prendere, i fiati che non potrà respirare, ma che sono lì in forma di lettere, che sono un atto d’amore insieme ad Olga ed alla vita tutta senza tentennamenti di sorta.

Ferdinando Bruni ha una misura eccezionale, il pudore ammirevole di un attore che lascia parlare le parole, la sua vocalità trova giù giù nel ventre il tono giusto dell’anima, si lascia essere tutte le frasi, canta parlando il suo Let it be čechoviano, si abbandona alle chiare, fresche e dolci acque che scorrono attraverso il susseguirsi delle parole, traduce in recitazione gli sguardi ed i dolci sorrisi di un autore che ha nostalgia anche del più lontano futuro. Ida Marinelli gioca se stessa interpretando la moglie Olga, l’attrice incarna l’attrice, e la finzione della finzione diventa la più alta verità interiore, finge pessoanamente che sia emozione, l’emozione che prova veramente.

È tanto che non bevo champagne - Recensione spettacolo Teatro Elfo Puccini

È lo specchio vivo di Čechov, si lascia recitare dalle parole che riceve e da quelle che dona, rappresenta l’immagine di carne di tutta l’esistenza che l’autore russo non potrebbe vivere, quella possibilità di poter bere tutta la vita d’un fiato e “non a piccoli sorsi interrotti”. Diventa l’Arianna che sa ancora di Dioniso e della sua ebbrezza, che ha voglia di vivere infiniti copioni teatrali e di vita, ma è anche Penelope in grado di attendere pervicacemente il suo Ulisse, di evocarlo in mille preghiere di carta, fatte di un epistolario ostinato, costante quanto la stella polare. In 10 quadri conosciamo quanto due spiriti possano essere perfettamente e completamente se stessi attraverso le parole che usano per raccontarsi.

Lo scenario digitale è fatto da case abbandonate, da pianoforti malati la cui musica continua a suonare nella testa e, soprattutto, nel cuore, da teatri vuoti che sono la voce più immediata di un abbraccio che l’uomo vorrebbe selvaggiamente e disperatamente fare a se stesso, alla sua più profonda natura. Il racconto struggente del finale di partita esistenziale di Čechov, nelle latitudini della foresta nera, di una selva oscura dove forse, con buona di pace di Dante, forse è un bene che la diritta via si sia smarrita. Proprio come un suo personaggio, sublima perfettamente le lacrime, bevendo un’ultima coppa di champagne assaporandolo goccia dopo goccia, regalando, con un gesto, il migliore dei suoi dolci sorrisi.

Se questo articolo vi è piaciuto vi ricordiamo che potrete leggere altre recensioni all’interno del nostro sito, approfondendo il mondo del teatro attraverso una delle numerose rubriche che abbiamo pensato per voi oppure ascoltando le puntate del nostro podcast.

Un caffè con Il Teatrante – Oggi abbiamo intervistato l’attrice Federica Pannocchia

in Intervista

Una giovane attrice che coltiva la passione per la recitazione fin da quando era bambina. Insofferente alle etichette della normalità, con un sorriso che conquista ed occhi profondi che trasmettono un autentico desiderio di realizzare i propri sogni, portando avanti uno straordinario impegno nel sociale. Ecco a voi il luccicante mondo di Federica Pannocchia.

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Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano

in Speciale

Quasi fosse fatto apposta per esprimere certi stati d’animo, prendiamo da esempio Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano, per trovare in un’intimità, magari nata casualmente, una dimensione di verità che si mostra finalmente, dopo essere stata a lungo assopita. E chi di noi, almeno per un istante, nelle lunghe permanenze forzate a casa, non ha sentito, anche inconsapevolmente, un’immediata affinità elettiva con uno dei personaggi del drammaturgo russo? Appartiene a questa strana quotidianità quella sua atmosfera un po’ fané, quei sorrisi un po’ dolorosi, a volte tirati.

Quel senso di attesa, che sembra essere una forma trascendentale con cui si fa esperienza della realtà, l’impressione che tutti gli orologi abbiano perso la lancetta dei minuti e quella delle ore. E le cose di tutti i giorni, le piccole cose gozzaniane, domestiche, familiari, sembrano liquefarsi come nel quadro di Dalì “La persistenza del tempo”. Inevitabilmente sembra emergere lo zio Vanja che ci portiamo dentro, ed il suo capitale di vita non vissuta, che è diventato troppo grande ‘per essere nascosto sotto il tappeto. La vita che non vive colonizza i pensieri, e poi le parole dei personaggi čechoviani, ed insieme quelli della nostra realtà condivisa e spesso quasi irreale nel suo manifestarsi quotidiano.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

D’altra parte, per citare uno dei suoi caustici pensieri, “è il quotidiano che ti logora”, ha la capacità di corrodere il metallo del proprio essere, ancor più se viene percepito come una dimensione forzata, come una cattività in cui si stenta a vedersi nelle vesti di una sorta di Spartaco, in grado di spezzare le catene. È certamente  l’essere medico ad aver donato a Čechov la naturale predisposizione a diagnosticare anche le malattie dell’anima, e tentarne la cura, sentendosi invincibilmente coinvolto nello stesso battito del cuore del  paziente che ausculta, e che restituisce in forma di monologhi e dialoghi.

Non ha alcun setting, alcuna distanza professionale dai suoi pazienti, ne prova una sincera compassione, viene investito dai lori umori emotivi, come un chirurgo rimane macchiato di sangue. Chissà quanti dialoghi, quanti spunti dalla costretta vita domestica, avrebbe potuto annotare sul suo taccuino, proprio come il personaggio dello scrittore Trigorin ne Il Gabbiano, per trasformare tutto questo in un racconto, od in una scena teatrale, in intero testo, in grado di sublimare i vapori di malinconia nella poesia di una drammaturgia. Nella lente di ingrandimento, costituita da una dimensione domestica, si accorge di più di sé l’anima, si avverte, come la presenza di un rumore sordo, che sopravvive anche al silenzio di tutto il resto, non può farne a meno, costretta a specchiarsi nello specchio esistenziale di chi convive con lei, e farsi essa stessa riflesso per questa presenza.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

Questa è una verità con cui gli esseri che animano Il giardino dei ciliegi conoscono bene, raccontando anche l’ultima goccia di se stessi, distillata pazientemente nel corso di un’intera esistenza. E quanto fa bene la citazione tratta da questo testo, ossia “superare quel di meschino ed illusorio impedisce di essere liberi e felici, ecco lo scopo e il senso della nostra vita”. L’intuizione che ci regala è quella che c’è un altro lockdown, molto più provante di quello sperimentato in questi mesi, quello della propria coscienza.

Parliamo di uno spirito che si ritira nel proprio carapace, degli occhi della consapevolezza che preferiscono chiudersi, o al più fessurizzarsi, per dormicchiare perennemente. È questa la sveglia cechoviana, la campana che vuole ostinatamente ridestarci, la possibilità di essere qualcosa di più e di meglio delle creature evocate da Andriej nel testo de Le tre sorelle, che “non fanno che questo: mangiano, bevono, dormono, e poi muoiono…”. Come ricorda Peter Brook, “Il tragico di Čechov appare sempre un po’ assurdo”, infatti, vedendo ed ascoltando i suoi testi, si ha insieme la voglia di piangere e di ridere, si avverte che il fiato delle sue battute ci è così vicino, così familiare, al punto che potrebbe essere il nostro. Dunque ancora una volta ritroviamo Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano.

I testi di Čechov nel nostro modo di vivere

Non stupisca il fatto che il teatro, in questo caso quello del drammaturgo russo, diventi la pietra di paragone della realtà, non c’è in questo un paradosso, piuttosto la volontà, da parte di questa forma d’arte, di farsi più vera del vero, di mascherarsi perché la maschera sia la libertà dell’anima di esprimere pienamente se stessa, di candidarsi a mostrare una via possibile, percorribile, un cielo di stelle verso il quale poter alzare lo sguardo. Ci vogliono decisamente le parole di Sonja, nipote di zio Vanja, per sollevare il sipario sulla scena di una rinnovata speranza interiore, bisogna avere nel cuore, impresso indelebilmente nello spirito, il suo “Io ci credo, zio, ci credo veramente!”.

Bisogna sentire tutta la carezza delle sue battute toccarci e scaldarci l’anima, un Čechov nel nostro modo di vivere quotidiano che esporta la forza di parole capaci di squarciare il velo dell’inerzia, dell’accidia, del lasciarsi vivere e del rimpianto, per mostrarci un paesaggio interiore in cui non sia possibile determinare il confine tra le lacrime di dolore e quelle di una consapevolezza gioiosa. Per avere il colpo d’occhio di tutto il pensiero di Čechov, che si scalda alle latitudini del cuore, basta osservare gli occhi di uno dei suoi ritratti fotografici, sono il messaggio, più vero e diretto, di chi sente risuonare nel suo “dentro” tutto il nostro “dentro” che appartiene all’animo.

Se avete trovato interessante articolo su Čechov, vi invitiamo a leggere la nostra recensione dell’evento online dal Teatro Elfo Puccini, ascoltare le puntate del nostro podcast e seguire le nostre rubriche dedicate al mondo teatrale.

Focus sui mestieri del teatro: lo spettatore

in Rubrica

Eccoci ad un nuovo focus sui mestieri del teatro: lo spettatore. Il titolo di questo articolo potrebbe apparire come una provocazione, un non-senso, un gioco da teatro dell’assurdo, ma in realtà vuole segnalare che spettatori non si nasce, si diventa. Frequentare il teatro sistematicamente ha qualcosa di simile con gli apprendisti che “vanno a bottega”, interessati ad imparare il mestiere sul campo, attraverso la valente guida dell’artigiano.

L’affinità elettiva di goethiana memoria, che unisce idealmente la platea col palcoscenico è il risultato di un paziente lavoro e di una costanza, per certi versi simile a quella geologica, che porta alla formazione delle stalattiti e delle stalagmiti, ovvero al lento ed inesorabile accumulo di carbonato di calcio il quale, in questo caso, prende il nome di capitale di spettacoli visti. Per essere piacevolmente e favorevolmente contagiati dal teatro, da quella che non a caso Artaud definisce peste, bisogna esporsi più volte al contagio, bisogna che la presenza in sala vada a comporre un’ideale nuova versione dell’educazione sentimentale, dove l’oggetto del proprio amore sia il palcoscenico.

I mestieri del teatro: lo spettatore

Certo esiste il coupe de foudre, in grado di riscaldare immediatamente la temperatura emotiva dello spettatore, di renderlo letteralmente febbricitante, di smuovere in lui il pigro trascinarsi dell’abitudine, l’ottundimento della vita psichica, della consapevolezza interiore, ma per far sì che non sia un fuoco di torba, od un episodico terremoto interiore destinato ad affievolirsi nella memoria, è necessario ripetere l’esperienza, tradurre la singola occasione in metodo.

Prendendo a prestito e modificando opportunamente la massima cartesiana, potremmo tranquillamente affermare: “Vado a teatro, dunque sono”. Un atto di civiltà, dunque è quello di varcare la soglia di un teatro, un modo con cui poter arricchire e perfezionare la definizione di cittadino, ed, in un senso più generale, una maniera per poter esplorare e cartografare tutti i territori sconosciuti della definizione umana, che trovano finalmente qui una dicibilità ed una precisa riconoscibilità.

I mestieri del teatro: lo spettatore

In questo focus sui mestieri del teatro, emerge che lo spettatore può rappresentare una sorta di collezionatore di cimeli nel proprio baule teatrale, locandine, riviste di settore, biglietti, programmi di sala, testi teatrali, ed un ideale zibaldone, a metà strada fra quello dei comici dell’arte fatto di lazzi, di formule comiche ricavate e confermate dall’esperimento empirico scenico, e quello di Leopardi dove si insegna a dare un nome anche a quello che fa male all’anima, a quel dolore sordo in cerca di un autore che gli dia cittadinanza, prima sulla pagina drammaturgica e poi nel testo scenico.

Apparentemente si potrebbe credere che sia passivo il ruolo dello spettatore, che sia chiamato ad una funzione burocratico-giuridica di testimone. Eppure, come sempre, la pratica è distante dalla teoria. Perché in realtà c’è qualcosa di vivo, di estremamente dinamico nella sua stessa presenza. Già Aristotele aveva intuito che nel teatro c’è un meccanismo che potremmo definire di igiene sociale, psichica, un modo per pulire l’anima dalle scorie, la catarsi, la purificazione, evocata anche dalla psicoanalisi freudiana.

I mestieri del teatro: lo spettatore

Una volta che lo spettatore si lascia agganciare dallo spettacolo, apre un patto narrativo, ovvero drammatico con ciò che viene rappresentato, vive il proprio atto teatrale, varca la soglia del puro e semplice voyeurismo, e si immedesima, si sostituisce, gioca tutto se stesso nella storia che vede agita e rappresentata sulla scena, proprio al pari di un attore che si rifaccia alle moderne tecniche di recitazione, a Stanislavskij, a Strasberg, a Meisner, ad Uta Hagen. Sfatando l’invalsa consuetudine che vorrebbe il teatro come luogo deputato alla finzione, lo spettatore, che si è fatto i capelli bianchi sulla poltrona delle platee che ha frequentato, sa benissimo che il teatro è il luogo della verità.

Una dimensione dove, per scriverla alla Pessoa, si finge che sia dolore il dolore che si sente veramente, dove, per riprendere il termine con cui gli antichi greci definivano questo concetto, si realizza davvero l’aletheia, ovvero l’assenza della dimenticanza. L’Itaca, la patria ideale dove l’uomo è furiosamente presente a se stesso ed agli altri è il palcoscenico, dove l’essere umano può cercare di esistere un po’ di più, dove si avvicina più del solito a trovare che cosa sia esattamente questa sua umanità, e tutto questo il nostro spettatore lo sa, concedendosi un sorriso sornione, finito lo spettacolo, esaurito l’applauso, poco prima di alzarsi dalla poltrona di velluto.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi invitiamo a leggere gli altri approfondimenti presenti tra le nostre rubriche, come quello dedicato alla figura del drammaturgo, un altro ruolo importante per la buona riuscita di uno spettacolo teatrale.

Recensendo Godot: in attesa del futuro

in Speciale

Recensendo Godot, con questo titolo affrontiamo insieme il tema della chiusura dei teatri e di un futuro ancora artistico assai incerto. Perché l’attesa di Vladimiro ed Estragone si è conclusa, Godot è finalmente arrivato, peccato che ad accogliere la sua invisibile presenza non ci sia anima viva, nemmeno i due personaggi beckettiani, entrambi, infatti, hanno deciso di ignorare la didascalia che li vorrebbe immobili.

I teatri, da ottobre, sono nuovamente vuoti e, una volta tanto, non si tratta del “forno” paventato da ogni impresario teatrale, ma di un vuoto necessario, una profilassi sociale che ci tiene lontano da un’agorà, la quale ci faceva compagnia da più di venticinque secoli. Qualcuno potrà dire che è come se fosse tornata la quaresima, quel periodo in cui era interdetto ai teatranti la possibilità di andare in scena, e, per la cronaca, ecco svelata la ragione dell’idiosincrasia dimostrata dalle persone di spettacolo nei confronti del viola, tipico colore dell’addobbo del periodo.

Una sala teatrale vuota - recensendo Godot

Si sono chiuse le porte con la solennità dell”extra omnes” del conclave, e chissà se quella sala abitata tante volte da sentimenti, pensieri, azioni, in grado di stravolgere e creare una zona d’ombra tra il concetto di verità e quello di finzione,  riuscirà a pensarsi ancora esistente, senza gli occhi della platea a certificarlo, forse sarà come il gatto utilizzato nell’esperimento di Schrödinger, intrappolato in una sorta di schizofrenia esistenziale, vivo e morto al tempo stesso. Difficile da comprendere ma molto semplice da percepire. Eppur si muove, e lo scriviamo con piglio galileiano, eppure si ribella all’inerzia forzata, non rinuncia a quella funzione che lo rende vicino all’uomo più della sua stessa giugulare.

Questa forma di meraviglioso umanesimo, questo laboratorio di antropologia, psicologia e di poesia incarnata, non si arrende, non può, è nella sua natura resistere, il carro di Tespi si muove anche dopo essere stato distrutto dal pugno dei Giganti pirandelliani, dai problemi economici, ogni volta rinasce dalle sue ceneri, come una fenice ostinata. Ora c’è davvero una ragione in più per farlo, ora c’è la voglia e la pazzia giusta, c’è il desiderio di vivere, quando si potrà, sul palcoscenico quel caldo brivido di confusione che fa arrossire l’astronauta, come cantano i Pink Floyd.

Alcuni minori impegnati in attività teatrali - recensendo Godot

Così in questa necessaria interruzione, cresce, monta, riprende coscienza di sé quella passione teatrale evocata da Jouvet, quella che si scopre sempre alla fine di un percorso, che ritorna in forma di certezza come la nottola di Minerva, e testimonia che, malgrado tutto, questo mestiere così difficile, che va a cercarsi il pubblico come Diogene l’uomo autentico con la lanterna, che combatte con il gelo e gli spifferi di certi camerini, la bolletta, ed i pugni in tasca, è un’arte meravigliosa, e bastano gli applausi, la presenza calda, emotiva di un pubblico per toccare letteralmente il Nirvana con il corpo.

Certo l’impresa non è facile, e sembra essere un ossimoro, se non un vero e proprio paradosso, di questi tempi: trovare un contatto col pubblico che non implichi la presenza ma solo la dimensione virtuale dello schermo di un computer, di un tablet, di uno smartphone, insomma quella zona che sta a mezza strada, una terra di nessuno, tra il mondo reale ed il mondo iperuranico delle idee. Tuttavia, proprio come ci insegna il mito platonico, il teatro ora deve tornare nella caverna, non può fare altrimenti, e può sfruttare l’occasione, invero preziosissima, di spiegare alle persone ferme davanti al muro multimediale ,costrette a guardare l‘apparenza di un mondo di fronte al mondo, che esistono oggetti e luci cause di quelle apparenze, che esiste un mondo di fuori che ora deve attendere, ma poi potrà essere vissuto con una consapevolezza profonda, e non nella catatonia del banale troppo spesso ormai omologata al quotidiano.

Uno spettacolo in streaming - recensendo Godot

La sfida è quella non solo di tenere vivo e vitale l’appetito nei confronti del teatro, ma anche soprattutto risvegliare quello di chi, anche prima della pandemia, era addormentato; uso questo termine nella convinzione, sposando l’innatismo platonico, che in ogni essere umano ci sia l’acciarino necessario per provocare la scintilla in grado di accendere la passione per questa forma artistica.

Si può sfruttare quel teatro delle ombre a proprio vantaggio, per far scoprire, oltre alla cultura, parola che più che la mano alla fondina goebbelsiana, ora provoca il riflesso pavloviano della mano sullo smartphone che così facendo nuovamente si presenta per l’ennesima testimonianza del “mi riprendo, dunque sono”, qualcosa che ci appartiene ed è patrimonio universale di tutti. Una sensazione comune di appartenenza artistica, un canto pieno di poesia e di vita a tutte le latitudini, dal più profondo fango terreno, allo sguardo vertiginoso che sfida lo zenit del più alto empireo: il teatro.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi invitiamo a leggere la nostra rubrica sui mestieri del teatro e gli articoli che abbiamo realizzato, come quello dedicato alla figura del regista oppure ascoltare le puntate del nostro podcast, dedicato al mondo teatrale.

Focus sui mestieri del teatro: il drammaturgo

in Rubrica

Riprendiamo il nostro approfondimento sui mestieri del teatro proseguendo con quello del drammaturgo. C’è un’immagine che può raccontare efficacemente l’essenza del mestiere del drammaturgo, quella di Carlo Goldoni intento a scrivere la scena di una sua commedia su un tavolino ai bordi del palcoscenico. C’è fatalmente, o ci dovrebbe essere, un rapporto stretto tra palcoscenico e scrittura drammaturgica, e lo sapeva bene il commediografo veneziano, che tanto si era battuto per la sua riforma teatrale, volta a portare di nuovo al centro del sistema teatrale il testo scritto.

Per far questo ha applicato il principio della gradualità, si è avvalso ovvero della ricetta del mitridatismo, inserendo in dosi sempre più robuste l’intervento delle parti scritte, e rendendo, dunque, questo elemento non venefico al gusto degli interpreti. Scrivere un testo teatrale non riguarda la pura e semplice sfera apollinea, non può e non deve essere un mero esercizio intellettuale, culturale, la pura e semplice riproposizione di schemi, more geometrico, di meccanismi scenici, ad esempio legati ai topoi più efficaci della comicità o che possiamo riscontrare ad esempio all’interno del dramma.

Dario Fo, Focus sui mestieri del teatro - Il drammaturgo

La teoria aiuta, così come le stratificazione mnestiche, la memoria di tutta la drammaturgia precedente e contemporanea, tuttavia respirare la polvere di palcoscenico, conoscere da vicino, o meglio ancora dall’interno, le meccaniche, il funzionamento del “fare teatro” è condizione indispensabile. Avere la cognizione dell’imprescindibile elemento umano della scena, padroneggiare quella pittura materica fatta di fonemi, di gesti, quello scorrere dei quadri, la naturalità dei dialoghi e delle situazioni, rappresenta la sfida irrinunciabile.

E non c’è esercizio più complesso che quello della restituzione della verosimiglianza, anzi di quell’ulteriore orizzonte dato dalla ricerca del “più vero del vero”, della difficile distillazione della vita nella sua versione quintessenziale, ad alta gradazione alcolica. L’obiettivo è sostanzialmente quello di fare dell’umano una sorta di universale poetico, e allo stesso tempo, aprire, attraverso la propria scrittura, un patto drammaturgico, un patto di fede con gli spettatori, portandoli a credere, almeno per il tempo dello spettacolo, a quell’ipotesi di vita che si realizza sul palcoscenico.

Sarah Kane, Focus sui mestieri del teatro - Il drammaturgo

Dunque, un testo va sperimentato alla sua prova dei fatti, sulla scena, le battute devono vibrare nelle laringi, devono diventare fiato, vestire, insomma, la carne dell’interprete, e quel vestito deve essere necessariamente un lavoro di alta sartoria drammaturgica. Citando sempre Goldoni, il personaggio della Locandiera nasce dall’osservazione di un’attrice, dalla valutazione attenta di un potenziale espressivo, capitalizzabile in un nuova creazione teatrale, insomma l’interprete Corallina diventa, nell’intuizione goldoniana, forte e determinata quanto il cogito cartesiano, la Locandiera, scavalcando e facendo letteralmente terremotare quella gerarchia all’interno delle compagnie, nelle quali alla prima attrice andava riservata la parte preponderante del peso testuale.

Proprio per questi motivi abbiamo deciso di dedicare il nostro focus sui mestieri del teatro al drammaturgo. Fondamentale in quanto è chiamato, se non a risolvere l’equazione umana, almeno a prevedere una scrittura che sia con essa compatibile, un elemento che sappia tradurre, e non tradire, la complessità dell’esperienza umana, la quale non può rinunciare all’ingrediente psichico, a quello emotivo, ed al linguaggio immediato dell’espressione corporea. La scrittura teatrale deve avere il carattere della necessità, deve letteralmente urgere nelle dita del drammaturgo, e tramutarsi nel frenetico battere sulla tastiera.

Focus sui mestieri del teatro - Il drammaturgo

In questo nostro focus sui mestieri del teatro, parlando della figura del drammaturgo, non possiamo non citare un altro celebre nome. Pirandello ha dato una visione efficace di cosa sia il travagliato percorso dell’ispirazione, quando, nei Sei personaggi in cerca d’autore, fa raccontare ad uno di essi come lui egli altri si siano affacciati, diverse volte, da fuori, alla finestra dell’autore, nel tentativo di stimolare la sua creatività, chiedendogli di avere una forma compiuta, di non svaporare nella terra di mezzo del possibile, dell’idea nebulosa, tutta da sviluppare ed articolare.

Per testimonianza di diversi autori, i testi, i personaggi, finiscono quasi con lo scriversi da soli, come se l’autore fosse letteralmente posseduto dalla storia e da essi, diventasse un tramite di forze superiori, una Pizia in grado di portare la voce oracolare di un Apollo. Il drammaturgo si immedesima stanislavskijanamente, prima degli interpreti, nei personaggi, anche in quelli più lontani dalla sua sensibilità etica, anche in quelli che maggiormente detesta, li vive coerentemente dal di dentro, ricrea quel particolare, unico, flusso di coscienza che li contraddistingue. Fatte queste considerazioni appara dunque evidente che scrivere teatro equivale idealmente a mettere al mondo un nuovo mondo.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi invitiamo a leggere gli altri approfondimenti presenti tra le nostre rubriche, come quello dedicato alla figura dello scenografo, un altro ruolo importante per la buona riuscita di uno spettacolo teatrale.

Focus sui mestieri del teatro: il regista

in Rubrica
Il regista Giorgio Strehler insieme al maestro Riccardo Muti

Per la nostra rubrica I mestieri del teatro, oggi vi raccontiamo la figura del regista, una delle più affascinanti e discusse. Nella meravigliosa follia che è il fare teatro deve, per citare il Polonio di Shakespeare, esserci del metodo. Si è fatalmente creata la necessità, chiamando in causa i percorsi etimologici di adottare il termine “regista”, di qualcuno che si prendesse l’onere e l’onore di reggere le sorti della scena.

Insomma, qualcuno che potesse trovare il colpo d’occhio giusto in grado di far vincere allo spettacolo la battaglia con il pubblico. In Italia la rivoluzione copernicana della regia arriva un po’ tardi, e taglia idealmente il traguardo con notevole distacco rispetto ad altre realtà europee, ad esempio quella francese e tedesca. Ovvero nel dopoguerra con nomi del calibro di Luchino Visconti e Giorgio Strehler.

Il regista Giorgio Strehler, celebre nome all'interno dei mestieri del teatro

Le ragioni di questo ritardo si ritrovano nella struttura capocomicale delle nostre compagnie che trovava le sue radici nella commedia dell’arte, dove questa figura era una sorta di padre padrone della singola compagnia, magari con la bonomia e la saggezza del bon paron goldoniano, ma comunque amministratore, interprete ed organizzatore di tutto il gruppo di attrici ed attori. Un problema che per lungo tempo non ha trovato un reale ed efficace punto di svolta utile a far nascere qualcosa di diverso. Il salto quantico avviene nel momento in cui si crea la necessità di un progetto insieme etico ed estetico che sottenda uno spettacolo, che ne rappresenti le solida fondamenta.

Con il perfezionarsi di tutte le tecnicalità, tra i mestieri tecnici del teatro sempre di più si afferma l’esigenza di un centro aggregatore, una forza di gravità in grado di opporsi alle forze centrifughe e dispersive delle singole individualità. La regia è una forma di monarchia e non è scontato che sia di carattere costituzionale. Potrebbe il regista idealmente affermare, con il piglio, la determinazione e la risolutezza del comando del re Luigi XIV: “l‘étatc’est moi”, lo Stato, ovvero lo spettacolo sono io, tuttavia rischierebbe ammutinamenti del Bounty, od i coltelli in Senato contro il Cesare tiranno, se mancasse l’obiettivo della conquista e del riconoscimento del suo ruolo.

I preziosi consigli di un regista in scena, nello svolgimento di uno dei mestieri del teatro più importanti

Al pari di un generale, di un maresciallo napoleonico, deve idealmente percorrere il suo cursus honorum, conquistarsi i meriti sul campo, nonché la fiducia dei compagni d’arme, che gli permetta di comandare con la certezza di essere seguito. Lo scarto è tutto tra l’essere autorevoli e l’essere autoritari, ossia sulla gestione della propria corona, un delicato affaire che i re shakespeariani conoscono molto bene. È chiamato certamente ad una sfida difficile, quella di avere il controllo, la visione d’insieme del serio e delicato gioco teatrale. Deve necessariamente diventare enciclopedico, avere nozioni di scenografia, luci, costumi, e soprattutto è chiamato ad essere un buon maestro d’attori.

Di fatto, rappresenta uno dei mestieri del teatro fondamentali e non c’è regista che non abbia compreso, prima o poi, che, per portare a casa il risultato con gli interpreti dello spettacolo, debba acquisire delle nozioni di psicologia. Rimboccandosi le maniche come una levatrice, o come un Socrate pronto ad incalzare dialetticamente i suoi concittadini, cerca di favorire il travagliato parto dei personaggi da parte di tutta la sua compagnia. Deve familiarizzare ed imparare a riconoscere a tatto, o meglio d’istinto, la fattura, la trama e l’ordito delle anime insieme degli interpreti e dei ruoli, si ritrova a confrontarsi con un fitto roveto di resistenze, di nevrosi, a volte persino di psicopatologie che segnalano decisamente, come farebbe un amperometro, che in un certo punto non c’è passaggio di corrente, che nella singola scena, nel dialogo, o nel monologo non scorre come dovrebbe.

Luca Ronconi regista, ed esponente di uno dei mestieri del teatro

Si ritrova spesso e volentieri letteralmente sepolto da una serie di domande, dai colpi dei mille “perché”, e deve imparare a rispondere, o, meglio ancora, ad anticipare i quesiti. È altamente istruttivo ed esplicativo il racconto che Peter Brook fa di una sua iniziazione alla regia teatrale, prima delle prove si era preparato bozzetti, schemi geometrici per la determinazioni delle posizioni e dei vettori di movimento, ma, una volta giunto il momento di verificare tutto questo sul palcoscenico, si accorse che quello che sul foglio sembrava essere un’ottima soluzione, smetteva di funzionare con gli interpreti in carne e ossa.

In questo risiede la difficoltà maggiore del mestiere del teatro di cui vi stiamo raccontando. Le prove dello spettacolo vanno affrontate immergendosi fino alla testa nel Panta rei, nel “tutto scorre” del divenire scenico, avendo lo stesso atteggiamento di Napoleone che, a fronte di manuali di tattica e di strategia bellica, suggeriva di essere lì, di vedere che cosa accade sul campo di battaglia e di reagire di conseguenza, costruendo, secondo l’esigenza di mutamento dell’immediatezza, di volta in volta, le soluzioni più adatte.

Se questo articolo vi è piaciuto, vi invitiamo a leggere gli altri approfondimenti presenti tra le nostre rubriche, come quello dedicato alla figura del drammaturgo oppure quello sullo scenografo, entrambi ruoli importanti nella buona riuscita di uno spettacolo teatrale.

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